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FEMMINICIDIO: LA AMO MA POI LA UCCIDO

Lorenzo Applauso|Lorenzo Applauso|La mattanza   del femminicidio continua. Non c’è nord o sud, non c’è cultura o colore, razza o religione. La strage è presente ovunque. Secondo una fonte autorevole sono oltre cento le donne che ogni anno vengono uccise e sempre con lo stesso orribile copione: da uomini che dicono di amarle. Un amore malato, naturalmente, non ci vuole molto a capirlo ma sono anche tanti i segnali che arrivano prima dell’irreparabile. Troppe donne hanno paura di denunciare,  fare la cosa piu’ giusta, al primo segnale di violenza, di minaccia. Ieri l’ennesimo  caso di femminicidio in Italia, nel Casertano, come abbiamo riportato nelle precedenti edizioni, dove un uomo ha sparato alla compagna che voleva lasciarlo – secondo un copione già scritto troppe volte – uccidendola per strada. La vittima aveva 49 anni, si chiamava Maria Tino ed è caduta senza vita poco lontano da casa sua, a Dragoni: tre colpi di pistola hanno messo fine alla sua vita. A sparare il convivente, Massimo Bianchi, 61 anni, che è stato subito fermato dai carabinieri e ora rinchiuso nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Lei era stata già vittima di un accoltellamento lo   scorso anno dal marito che ora, per questo motivo,  è in carcere. Sono migliaia le donne aggredite, picchiate, perseguitate, sfregiate. Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, quelle che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso. I numeri del femminicidio non sono certi e variano di qualche unita’, ma sicuramente le donne uccise da un uomo, con cui hanno o hanno avuto un rapporto affettivo o familiare, non sono in diminuzione. Nel 2016 se ne sono contate 120. E dal primo gennaio 2017 a giugno scorso, sarebbero almeno 20 le donne uccise per mano maschile: una media di una vittima ogni tre giorni.  Piu’ del 74% sono gli italiani ad uccidere (fonte Espresso). Ma al di la dei numeri che pure hanno un peso la cultura della paura dovrà essere vinta attraverso l’informazione, incontri e dibattiti piu’ di quelli che si fanno .Tenere sempre accesi i riflettori su questo drammatico tema rappresenta indubbiamente già molto, altrimenti le forze dell’ordine arrivano sempre a fatti avvenuti cosi come ieri, quando ormai a Dragoni, nel tranquillo comune e nella zona piu’ alla buona della cittadina si è consumato l’ennesimo delitto che lascia stupefatti, avviliti, sgomenti ed impotenti una intera comunità. E’ anche compito dell’informazione non spegnere mai i riflettori su queste tragedia e perché no alimentare l’attenzione sul grave fenomeno con forum e dibattiti sul tema ma con una precisa conclusione: denunciare sempre e subito chi, al primo segnale, usa le mani e non le parole. Smettiamola di considerare la donna nostra ed un oggetto del quale farne l’uso che vogliamo. A nostro avviso, uno dei nodi da sciogliere nelle nostre menti perverse è proprio questo. Almeno proviamoci.

IL PARERE- IL FEMMINICIDIO, UNA BARBARIE CONTEMPORANEA

La prima causa di morte delle donne in Europa e nel mondo non sono gli infarti, i tumori, gli incidenti della strada, la fame e la sete, l’AIDS, ma è l’omicidio. Il più delle volte, questa tragedia si consuma in famiglia, per mano di parenti, mariti, amanti, ex compagni e conoscenti. Quasi sempre questo orrendo gesto è giustificato facendo leva sul movente passionale, sul contesto disagiato, sul fatto che avvenga in zone critiche del pianeta. Tuttavia, vi è un termine comune tra tutti questi omicidi: il fatto che la vittima sia donna. E questo, spesso, viene calcolato come elemento secondario rispetto al fatto, alla violenza, alla morte. Femminicidio è un termine politico !!!… Parlare di femminicidio implica guardare in faccia la realtà e chiamare le cose con il proprio nome, ponendo l’attenzione non sul carnefice e sulle sue problematiche, ma sulla vittima che è sempre la donna. Con il termine femminicidio  si vuole includere, in un’unica sfera semantica di significato, ogni pratica sociale violenta fisicamente e psicologicamente, che attenta all’integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita della donna, col fine di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento, fino alla sottomissione o nei peggiori casi alla morte della stessa. Questo perché la violenza sulle donne può manifestarsi in forme molteplici, più o meno crudeli, più o meno subdole, e non è detto che lasci sempre marchi visibili sul corpo: essa infatti può provenire non solo dall’uomo, ma anche dalla società, che la favorisce o in taluni casi la provoca attraverso le sue discriminazioni, i suoi stereotipi, le sue istituzioni. Cionondimeno , in qualsiasi forma venga esercitata, la violenza rappresenta sempre l’esercizio di un potere che tende a negare la personalità e la dignità della donna: brutalizzando il suo corpo o la sua anima si afferma il dominio su di essa, rendendola oggetto di potere la si priva della sua soggettività. Il femminicidio quindi è un fatto sociale: la donna viene uccisa in quanto donna, o perché non è la donna che l’uomo o la società vorrebbero che fosse. Questo, nonostante la cronaca veda crescere incessantemente e a dismisura il numero di donne vittime di violenza, è difficile da concepire, da ammettere, da razionalizzare, da accettare, in una società “democratica civilizzata  e culturalmente avanzata” come la nostra , dove le questioni affettive, familiari e di coppia vengono relegate a una dimensione privata: tuttavia è una realtà innegabile che oggi molte, troppe donne, subiscano violenza solo perché donne. La violenza di genere, perlopiù in ambito familiare, è dunque una realtà statisticamente provata, ma non salta immediatamente agli occhi come tale, più spesso si parla infatti di stupro, violenza sessuale, molestia, maternità forzata, incesto, ed il panorama si fa variegato, non si coglie l’essenza comune di tutti questi reati: da qui la necessità di parlare di femminicidio, per infrangere un tabù ed affrontare seriamente il problema. Quello che con queste poche ed umili parole voglio definitivamente chiarire è che il singolo episodio di omicidio di una donna in sé non costituisce e non può essere rappresentato dai media solo come un “caso occasionale” , magari di raptus improvviso, o che degli stupri sia sempre colpa degli extracomunitari: le statistiche smentiscono questi input  inviati dai media, affermando che nella maggior parte dei casi la violenza sulle donne è perpetrata in famiglia, da mariti, ex o conoscenti. Chiaro è quindi che la violenza di genere non è imputabile a un “mostro”, alla strada, ma ha radici ben più profonde di quanto i media vogliano far credere: è un fenomeno trasversale, interessa tutte le classi sociali perché sta dentro il nucleo base della comunità, la famiglia. Ed è proprio per il suo essere familiare che la stessa spesso passa inosservata e fa paura chiamarla con un nome cosi terribile, femminicidio , perché fa paura ammetterne la terribile realtà.

Dott. Antonio Cantelmo: Medico-Chirirgo, Specialista in Psicologia Clinica e Psicoterapia, Dirigente Medico ASL Caserta, Socio della Società Italiana di Psichiatria – Pratella (CE). antonio.cantelmo@libero.it – 0823/783600 – 330/659140     

 

 

Informazioni su Lorenzo Applauso ()
Iscritto all'ordine nazionale dei giornalisti, già direttore della testata giornalistica italianews24.net e attualmente alla direzione di Casertasera.it. Collaboratore di numerose testate nazionali e locali.

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