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RUBRICA – IL LINGUAGGIO DEI FIORI: RICCO, ALLUSIVO, EFFICACE

Rosario Di Lello|L’allegoria dei fiori è universale, dai molti significati e, quel che più conta, assai istruttiva. Nella valle del Medio Volturno, il fiore, spontaneo o coltivato, raccolto a titolo gratuito o acquistato, viene usato, si dice comunemente, da solo o a mazzo o a fiorata e, per i morti, anche a cuscino o a corona. Al santo viene donato nelle ricorrenze o per grazia ricevuta o per altre ragioni; al defunto viene dato nella prima triste circostanza che lo sottrae ai vivi e nei primi giorni di novembre; il comune mortale, non ancora defunto, lo riceve fin dalla nascita, nelle occasioni liete.

Circa il tipo, i fiori per i santi e per i vivi sono, per lo più, di ogni genere, colore e valore. Per i morti, rispettano, di solito, la consuetudine: bianchi, gigli e rose, per i giovani ossia per coloro i quali non convolarono a nozze; colorati, il più delle volte crisantemi, per coloro i quali contrassero matrimonio. Circa le fiorate, quelle devozionali, composte di petali variopinti, foglie ed erbe profumate, ancora oggi vengono o stese lungo il percorso delle processioni o lanciate, da finestre e balconi, sulla sacra immagine. Anni addietro, s’usava lasciar cadere bianche fiorate anche sulle bare candide dei fanciulli portati al cimitero. Fiorata di buon augurio si spande invece, per quanto sempre più di rado, davanti casa della sposa o davanti la porta della chiesa, il giorno delle nozze: sono sempre petali di rose bianche, dall’inequivocabile significato di purezza verginale.

Tanto apprende chi indaga tra la gente del luogo e fin qui giungevano anche le mie conoscenze a riguardo. Se non che, nel novembre del 2005, Marco Pascale, un simpatico e non più giovane signore di Caselle, borgo di Gioia Sannitica, mi mise al corrente su tradizioni del paese ormai tramontate; alcune riguardavano il linguaggio dei fiori e, più in particolare, di fiorate fatte nottetempo, per serbare l’anonimato, e abituali, perciò, è da ritenere, di sicuro effetto;  non mi fu difficile, col suo aiuto, interpretarne anche il significato.

Ebbene,  una “sciuriàta” delicata, potremmo definirla: d’amore, si aveva quando, nella notte del sabato o della vigilia d’una ricorrenza sacra, il giovane stendeva un tappeto di petali “freschi”, appena colti, per un certo tratto davanti casa dell’amata e fino alla chiesa, se non molto distante, affinché, la mattina seguente, la ragazza, recandosi a messa, potesse incedere, felice, su quella guida policroma, morbida e profumata,. Fiorata ben diversa, la diremmo: d’avvertimento, l’innamorato la preparava con biada spigata o con semi spruvati ossia stappati dalla spiga e ciò allo scopo di invitare la fanciulla a rigar dritto, a esser docile, a non concedere confidenza ad altri pretendenti. Il significato si deduce dal fatto che con la biada ci si governa il cavallo, animale stupendo, ma a volte difficile, come certe puledre e certe donne; governare, poi, in gergo: “cuverna’ ”, equivale anche a dare le botte, menar le mani; mentre “biavàta” vuol dire altresì “mazziàta”, bastonatura, “paliàta”. E, a questo punto, l’allusione diventa chiarissima.

Altra ancora, la specificheremmo: di malaugurio, era la “sciuriata” che il giovane o un gruppo di giovani spandeva, per le più diverse ragioni, non di certo per simpatia, ed era costituita da fiori gialli di ginestra, ritenuti di jettatura, ragion per cui se la donna l’avesse calpestata non si sarebbe mai più maritata; dunque, al mattino seguente, le toccava o rimanere segregata in casa oppure –quasi a esorcizzarlo– evitare l’ostacolo dopo avervi creato un varco con la ramazza. Una variante che chiameremmo: a dispetto, fatta con petali di rose appassite e di papaveri davanti casa d’una donna, intendeva significare che la destinataria era diventata, oramai, “un fiore sfatto” nonché un essere noioso e, per giunta, come da definizione figurata del papavero, scialbo e inutile.Da ultimo va ricordato che  qualche ragazza, spesso con la complicità di giovani amici, stendeva uno zerbino non proprio di stoffa o di petali, ma di cenere, davanti la porta della rivale, al fine di metterla in cattiva luce agli occhi del fidanzato o del vicinato. Da notare, ad esempio, che già nell’Evo Antico il Vecchio Testamento alluse alle accezioni patogene della fuliggine, in Esodo (9, 8-10),  e umilianti della cenere cosparsa sulle vesti e sul capo, in  Gertrude (4, 11 e 15) e in Ester (4, 1-2); nel Medioevo, Statuti del territorio considerarono la cenere “cosa lurida”; allo stesso modo è stata vista nell’ Evo Moderno, specialmente quella che, usata nel bucato dei panni, ne  raccoglieva tutto il sudiciume. La trovata dello zerbino era, perciò, a carico della donna oggetto, motivo di vergogna e di apprensione.Per concludere: dal momento che l’allegoria dei fiori riesce, pare con efficacia, ad esprimere amore, tenerezza, gioia, venerazione, dolore e, perfino, ammonimento, malaugurio, sarcasmo e vituperio, quanto sarebbe meglio se l’uomo manifestasse a fiorate anche l’invidia,  l’ira, il rancore e l’odio.

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