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RIFIUTI, ECCO COME TRATTARLI. UNA SOLUZIONE C’E’. A SPIEGARCELO LO SCIENZIATO DEL CNR ANTONIO MALORNI

In una sala gremita, senza più un posto a sedere, giovedì scorso, 1 febbraio, il prof. Antonio Malorni, noto scienziato originario di Raviscanina, ha tenuto la sua conferenza dal titolo “Innovazione tecnologica e trattamento dei rifiuti”. Parlando all’uditorio in modo molto convincente e spaziando dalla scienza alla letteratura, dalla filosofia alla sociologia, il prof. Malorni ha tenuto desta per quasi due ore l’attenzione di tutti, in primis quella di Padre Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, ispiratore delle attività de “La Canonica”, sodalizio di amici che proprio in questa occasione ha dimostrato la sua capacità di indicare una soluzione canonica ad un annoso e irrisolto problema.Uno dei punti focali della conferenza è stato quello relativo all’illustrazione del funzionamento di queste nuove tecnologie, battezzate dai costruttori, senza molta fantasia, come “Autoclave” e “P2P”, acronimo dell’inglese “Plastic To Petrol”.Vediamo di riassumere il funzionamento di un impianto che abbini queste due nuove tecnologie.I rifiuti urbani, siano essi differenziati o indifferenziati, arrivano all’impianto e sono scaricati dal compattatore in un contenitore dal quale poi sono introdotti, in quantità opportunamente pesata (tutto in automatico), in una delle due Autoclavi, di cui è costituito un impianto minimo.Nell’Autoclave, che è posizionata con asse a 28° dal suolo e che ruota lentamente, si immette vapore a 6,2 bar e 160°C per 45 minuti. Dopodiché, a fine trattamento, prima di aprire il portellone di scarico, il vapore viene inviato alla seconda Autoclave, che nel frattempo è stata caricata e preparata per il trattamento come appena descritto. La durata dell’operazione fra carico, trattamento e scarico è di 143 minuti durante i quali, per effetto della sterilizzazione effettuata, vengono completamente eliminati gli odori e la putrescenza del prodotto e, quindi, della formazione del percolato. Durante il processo si produce energia che serve per autoalimentare l’impianto.Tutto il materiale organico presente nei rifiuti, differenziati o meno che siano, durante il processo subisce una trasformazione che porta alla formazione di una poltiglia che è stata chiamata “FLOC”. Il residuo materiale, se stiamo lavorando con rifiuti indifferenziati, cioè metalli ferrosi e non, vetro, plastiche, inerti, ecc., a fine trattamento è pulito e sterilizzato e viene opportunamente separato in automatico, realizzando una differenziazione a valle del trattamento. Ogni frazione andrà al mercato del riciclo, salvo per gli eventuali inerti e tessuti, che devono essere portati in discarica.Il FLOC prodotto può subire vari destini: 1) può diventare pellet, ed essere utilizzato per il riscaldamento domestico a pellet; 2) può andare all’inceneritore, che in questo modo funziona senza emissione di materiale organico nell’atmosfera, dal momento che brucia un combustibile omogeneo, rendendolo di fatto un “termovalorizzatore”; 3) può alimentare un digestore anaerobico, che in questo modo, ricevendo materiale organico omogeneo, funziona in maniera ottimale con maturazione in tempi dimezzati, rispetto all’impiego della frazione organica da rifiuto urbano, e con una maggiore resa in produzione di metano; 4) può essere avviato alla gassificazione catalitica mediante l’impianto P2P, istallato adiacentemente in modo da evitare spostamenti del FLOC su gomma, anche se esso è ormai sterile, stabile e addirittura leggermente profumato.

L’impianto P2P, oltre che a trattare il FLOC, tratta anche tutta la plastica che non si può riciclare e che attualmente va all’inceneritore, provocando emissioni pericolose. Grazie ad opportuni catalizzatori la plastica viene trasformata in combustibile: Syngas, Coke e Olio sintetico. Dopo la triturazione, che riduce la plastica da trattare in pezzatura di 2,5 x 2,5 cm, entra in un melter dove, ad una temperatura di 250°C, fonde e passa nel reattore, dove ad una temperatura di 380/400°C gasifica quasi totalmente. Il residuo, che è circa il 10% in peso, è il Coke, che è un sottoprodotto della lavorazione. Il gas viene mandato sul catalizzatore, che selezionando le catene dei monomeri formatesi, permette, in fase di condensazione delle medesime, la formazione di una miscela di carburante di ottima qualità e completamente privo di zolfo! L’incondensato a 40°C è un Syngas simile a GPL e serve all’autoalimentazione dell’impianto stesso. Il carburante che si ottiene può essere benzina, gasolio o olio sintetico in dipendenza del catalizzatore utilizzato. Tali carburanti, perfettamente puri e, come si accennava prima, assolutamente senza composti solforati, sono venduti tal quale o utilizzati per la cogenerazione di energia.

L’insieme delle tecnologie Autoclave e P2P per il trattamento dei rifiuti urbani offre, oltre a quelli già accennati, il vantaggio non banale di trasformare un centro di costi, come con l’attuale organizzazione, in un centro di utili, consentendo un sostanzioso sgravio sulle bollette dei cittadini e di rimpolpo dei magri bilanci dei comuni, specie di quelli dissestati. Inoltre: 1) le plastiche sono riciclabili massimo tre volte: dopo sono industrialmente inutilizzabili per cui obbligatoriamente devono essere smaltite in altro modo; 2) gli inceneritori andranno in crisi dopo la pubblicazione qualche mese fa del rapporto del Comune di Pisa sulla salute dei cittadini in prossimità dell’inceneritore.

Tutte queste informazioni dovrebbero essere già ben note ai casertani dal momento che il 10 marzo 2011, all’indomani dell’autorizzazione comunitaria alla commercializzazione di tali tecnologie, proprio dal prof. Malorni fu organizzato a Caserta un convegno presso la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione con la partecipazione della Provincia di Caserta, del Dipartimento di Prevenzione della ASL Caserta, dell’Ordine degli Ingegneri, dell’Autorità di Bacino dei fiumi Liri, Garigliano e Volturno e della Facoltà di Scienze della SUN di Caserta. Il titolo del convegno fu “Recenti tecnologie per il trattamento dei rifiuti solidi urbani” e la loro illustrazione puntuale fu fatta dai dirigenti della multinazionale con sede a Monaco appositamente venuti a Caserta: il dott. Diego Fissore e l’ing. Gian Luigi Demaria. In quella sede si apprese che il dott. Fissore aveva inviato una proposta al neo-sindaco De Magistris a Napoli per l’installazione del primo impianto in Italia in grado di risolvere entro undici mesi tutti i guasti ambientali della città partenopea nota in tutto il mondo. L’anno successivo anche il sindaco di Caserta Pio Del Gaudio ricevette, su sua richiesta, una proposta di installazione di un impianto finanziato al 100% dalla stessa ditta fornitrice. L’unico impegno del Comune era di assicurare la fornitura giornaliera di 140/150 tonnellate di materiale da trattare al costo di conferimento di Euro 75/tonnellata nonché di concedere il suolo per l’impianto e provvedere a tutti gli oneri necessari. Inoltre, se l‘Ente comunale avesse deciso di voler compartecipare alla gestione dell’impianto, la ditta era disponibile alla divisione degli ingenti utili di esercizio molto importanti per un comune in dissesto finanziario. Ma anche in questo caso non ci fu apertura e neppure in occasione del terzo tentativo della ditta fatto con i sindaci di Maddaloni, Marcianise, San Marco Evangelista e San Nicola la Strada, unito nel consorzio Calatia.

Il prof. Malorni in chiusura è stato molto chiaro: in un ciclo ottimale di trattamento dei rifiuti ogni tecnologia trova una sua giusta collocazione ma quella dell’autoclave resta indiscutibilmente a monte di tutte proprio per minimizzare i loro impatti ambientali. Perciò il prof. Malorni ha auspicato la nascita di un forte movimento popolare che scuota un po’ la classe politica che negli anni passati ha perso l’occasione di poter avere il primo impianto in Italia di questo tipo. La parola d’ordine di tale movimento, per il prof. Malorni, dovrebbe essere “Vogliamo l’autoclave, vogliamo la P2P”, da gridare in imponenti manifestazioni di piazza e in ogni occasione di incontro con i politici in modo da martellarli per costringerli a prendere in seria considerazione l’adozione di queste nuove tecnologie, le uniche in grado di minimizzare al massimo l’impatto ambientale e di restituire la fiducia ai cittadini verso la politica.

 

 

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