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CAMPANIA, DALL’ANTICO AD OGGI: ECCO COME LE DONNE SOCCORREVANO I BISOGNOSI

Rosario Di Lello *| Le notizie qui di seguito riportate rimandano alle donne menzionate in un precedente articolo (1) e intanto rendono merito a non poche altre impegnate in modi diversi nell’assistenza.

Nell’Evo Antico, era il I secolo d.C., a Capua, si mise in luce “Maria, obstetrica peregrina”, cioè ostetrica forestiera, la quale, non originaria del luogo, andò ad esercitarvi  la professione e, forse, al pari di altre, ad insegnarvi da “antistes disciplinae”, (2) ossia da maestra di quella materia..

Dal primo secolo d.C., inoltre, tra le donne che abbracciarono il  Cristianesimo non poche svolsero opere di misericordia spirituale e corporale, ancor più per quanti, infermi in particolare, non avrebbero potuto da soli provvedere a se stessi. Le “vedove”, le “vergini” e le “matrone”, singolari figure di volontarie pie e caritatevoli, presero parte al vasto movimento di beneficenza e, precorrendo i tempi e i compiti delle suore e delle infermiere, sovvennero i malati nelle strade, a domicilio, nelle diaconie e nei luoghi di ricovero organizzati dalla Chiesa. (3)

La tradizione vuole che a Napoli la prima benefattrice sia stata Candida: convertita da san Pietro si prodigò a diffondere la  religione e aprì la propria casa all’assistenza. (4)   Come tante altre matrone dei gruppi cristiani della Campania, rimaste ignote, generosa sarà stata almeno qualcuna delle non poche donne menzionate nelle iscrizioni delle catacombe di Napoli. (5) L’epigrafia nomina altresì santa Giuliana di Cuma. La tradizione ci parla anche di Teonoria e di Agata, rispettivamente madre e sorella di san Gennaro, vescovo di Benevento, le quali assistevano i malati nella propria abitazione; di Massimilla e di Lucrezia pie cristiane dell’Avellinese (6)

Durante l’alto Medioevo il contributo dei privati si manifestò in differenti iniziative benefiche e nella fondazione di luoghi di assistenza. A Napoli operò Candida, matrona illustre, indicata come Juniore per distinguerla dalla benefattrice omonima già ricordata; fu fondatrice o patrona della diaconia di Sant’Andrea a Nilo costituita da chiesa e ospedale; morì all’età di circa cinquant’anni, nel 585 e il popolo la stimò santa. Due secoli dopo, sempre a Napoli, Teodonata, moglie del duca Antimo, insieme al consorte trasformò la propria dimora in xenodochio, si impegnò nelle opere di misericordia e “spese largamente il suo, per soccorrere i poveri” (7)

A Benevento, nella seconda metà del secolo successivo, quando di solito le chiese e i monasteri soltanto provvedevano all’assistenza dei bisognosi, la fervida pietà di Teodorada –sposa del duca Romualdo– sostenne lo zelo missionario e l’attività taumaturgica di san Barbato. Né sarà stata da meno Adelperga, moglie di Arechi II (8)

Anche nel prosieguo del Medioevo e in altro ruolo, numerose donne si fecero carico della salute altrui, sicché, tra non poche della Scuola Medica Salernitana, emersero Cleopatra, pure autrice di un trattato di ginecologia, e Maria Incarnata, diplomata in chirurgia (9)

Dai primi anni dell’Età Moderna la donna non privilegiò più tanto la professione medica, preferendo piuttosto la letteratura e l’arte, pur tuttavia non disertò il campo dell’assistenza. Nel ‘500, nobili napoletane, muovendosi sovente nello spirito della Controriforma, agirono da protagoniste nella scena della beneficenza, come fondatrici e direttrici di nosocomi nella capitale del Regno. L’eco di tanto lodevoli esempi si propagò al punto che Orsolina Joli, signora di Vairano, in Terra di Lavoro, eresse in quel suo feudo una chiesa con annesso ospedale per gli indigenti (10)

Nel secolo successivo si segnalarono non poche blasonate napoletane: la principessa di Stigliano, la marchesa di Bracigliano, Maria Caracciolo e Dorotea del Tufo acquistarono palazzo Marzano ai Vergini e vi aprirono un ritiro per le “pentite” e poi di “oneste donzelle”. Tempo dopo, Elena Aldobrandini, duchessa di Mondragone, fondò a Pizzofalcone un ritiro per le povere.  Nell’un caso così come nell’altro, le ospiti godevano altresì di assistenza medica a titolo gratuito. Degne di menzione sono, tra le benefattrici, pure le cinquanta orfane ignote che, scelte tra le 150 allieve -non blasonate- dell’educandato di Sant’Eligio, accudirono nell’omonimo ospedale le recluse inferme “con grandissima carità e zelo di Dio” (11)

Altre volte, la solidarietà si tradusse in gesti umili, ma significanti –specialmente se si tien conto di chi ne fu l’autrice– come quando, nel ‘700, a Napoli, Amalia, consorte di re Carlo III di Borbone, oltre ad opere di bene “non vergognavasi di fare degli sfilacci, per le piaghe degli Infermi degli Ospedali”. (12)

Va ricordata pure Maria Cristina di Savoia, moglie di Ferdinando II re di Napoli, la quale non poco si prodigò nell’assistenza; morì nel 1837, i sudditi la considerarono santa e, nel ‘53, la Chiesa diede inizio per lei al processo di beatificazione (13)

Da non dimenticare, infine, le tante donne che, rimaste ignote, si son rese utili  nei non pochi edifici di ricovero e soccorso sorti un po’ dovunque e quelle che hanno operato e si adoperano, incondizionatamente, già in ambito familiare.

Questi esempi inducono, dunque, a considerare che se in Campania, dall’Evo Antico all’Età Moderna, gli uomini hanno dato lustro alla nobile pratica dell’assistenza, illuminandone la storia, le donne hanno sostenuto il confronto alla pari, muovendosi con altrettanta dignità ed efficacia e con più naturale delicatezza, il che è tornato sempre ed oltremodo ben accetto.

__________

1- Cfr. R. Di Lello, Il ruolo della donna nella Sanità in Campania. Cenno storico, in “Nuova Gazzetta di Caserta”, Caserta, I, 22 gennaio (1999) p. 6. 2-. A. Russo, Farmaci e prodotti di bellezza in Capua antica, Caserta, 1997, p. 5. 3- M.P. Donahue, Nursing, Roma, 1991, pp. 94 e 101-103. 4- G.A. Galante, Guida sacra (…) di Napoli, ivi, 1872, pp. 274 e segg. 5- Cfr. G. Liccardo, Le catacombe di Napoli, Roma, 1995, passim.  6- Cfr. G. Liccardo,  Epigrafi paleocristiane napoletane, in “Studi storici e religiosi”, Napoli, III, 1, (1994), p. 45;  M. Serao, San Gennaro[…], 1909, in AA.VV., Il duomo di Napoli, Collana de Il Mattino, Napoli, 1996, pp. 79-95. R. Di Lello, San Paolo e l’assistenza sanitaria, in “Servire insieme”, Diocesi di Cerreto Sannita -Telese – Sant’Agata de’ Goti, 2 (2009) pp. 283.292. 7- Cfr. G.A. Galante, cit., p. 223. G. Liccardo, 1994, cit., pp. 56-57. C. D’Engenio, Napoli sacra, Napoli, 1624, p. 314. R. Di Lello, 2009, cit.. 8- Cfr. A. Campese, Discorso […], Morcone, 1990, pp. 54-65. Passio Beati Barbati, trad. di R. Valli, in “Studi Beneventani”, Benevento, 4-5 (1991) pp. 57-73. C. Lepore, Monasticon Beneventanum, in “Studi Beneventani”, 6 (1995) pp. 25-168.  9- S. De Renzi, Storia della medicina […],Napoli, 1845,vol. II, p, 438. Id., Storia documentata […], Napoli, 1857, pp. 194-208. L. Sterpellone, Dagli dei al DNA, Roma, 1990, III, p. 351 10- Cfr. G. Zanfagna, La Confraternita del SS. Rosario in Vairano Patenora, S. Nicola la Strada, 1984, p. 71.11- G.A. Galante, cit., pp. 371, 436, 441.  12-. P. D’Onofri, Elogio estemporaneo[…],1789, in AA.VV., Le Tradizioni di Natale e il Presepe, Collana cit., Napoli,1996, pp. 48-51. 13-Y. Carbonaro, Le donne di Napoli, Roma, 1997, p. 46.

 

*Rosario Di Lello, rinomato ricercatore di storia,  autore di numerose  pubblicazioni.

 

                                                     

 

 

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