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L’INQUISIZIONE ERA DETTA “SANTA”…E A CAIAZZO GLI INQUISITI “FURONO TORTI E PENITENZIATI”

Rosario Di Lello| Non poche persone ricordano di aver udito almeno accennare alla “Santa Inquisizione”. Ebbene,    il Tribunale dell’Inquisizione –dal XVI secolo, Congregazione del Sant’Uffizio– ebbe il compito di contrastare la diffusione del protestantesimo e dell’eresia. Ebbe competenza anche in procedimenti nei quali la colpa atteneva oltre alla fede, pure alla morale; di conseguenza entrò, per esempio, nel merito degli scritti proibiti, della bestemmia, della falsificazione di documenti ecclesiastici, dei falsi preti, dell’adescamento in confessionale, degli inquisitori rei di abusi e di appropriazione indebita, dell’omosessualità, della bigamia, della superstizione, della magia, dell’alchimia, della stregoneria, della ciarlataneria.

Per accertare che il presunto colpevole non stesse simulando una infermità mentale e per sollecitarlo, semmai, alla confessione, gli inquisitori avevano facoltà di avvalersi della tortura, beninteso sotto il controllo medico e nel rispetto di certe regole; tuttavia –non nel Regno di Napoli, pare – qualcuno di loro non mancò di abusarne. La tortura disponeva di mezzi singolari e prevedeva supplizi a volte con varianti dettate dalla fantasia dell’inventore o dell’esecutore. Comuni erano il trono, su cui la vittima rimaneva a piedi in alto e a testa in giù; la sedia, con parti metalliche arroventate; il cavalletto, per appendervi l’imputato; il banco, per lo stiramento del corpo; il bock o caprone, per l’impalamento; il ragno, tenaglia a più punte, per strappare brandelli di carne; lo schiacciadita; la briglia e la graticola.

La confessione estorta per mezzo della  tortura era valida soltanto se fosse stata poi confermata dall’indagato, ma a distanza di un certo tempo, per iscritto e senza ulteriori tormenti fisici e morali.    Ammessa la colpa, veniva comminata la pena: lieve, media o pesante. La condanna esauriva il compito dell’inquisitore. L’esecuzione era demandata al braccio secolare, laico.

Gli eretici venivano, di solito, puniti con la clausura in monastero o col carcere: perpetuo, per un massimo di tre anni o irreversibile, per otto anni, ma, per lo più, in prigioni non molto rigorose. L’eretico pertinace o recidivo veniva mandato sul rogo e talvolta, al fine di evitargli gli spasimi della morte, strangolato in carcere; se contumace, era bruciato in effige; se già defunto, lo si riesumava, giudicava e condannava alle fiamme.

Tutto questo, (1)  in generale.  Per qualche esempio, in particolare, ricorderò personaggi e ignoti che dovettero vedersela col Sant’Uffizio.

Bernardino Tommasini detto Ochino da Pisa (1487-1569), ministro generale dei Cappuccini e predicatore di fama, portatosi a Caiazzo nel ’36,vi venne accolto con onore, già fuori le mura della città, dal vescovo Alessandro Mirto Frangipane, dal capitolo  e da tutto il clero urbano; in seguito, però, diventò apostata e passò al protestantesimo. Chiamato  a Roma per  spiegazioni, riparò invece  in Svizzera e poi in altri paesi . (2)

Sempre tra gli ecclesiastici, Giacomo Gilberto de Nogueras, già egli stesso membro del Consiglio dell’Inquisizione e vescovo di Alife nel 1561, nel ’66 venne incriminato di eretica pravità dal capitolo della cattedrale e dal consiglio civico di Alife; fu chiamato a Roma dal Sant’Uffizio, vi si recò e da Roma giunse la disposizione di tenerlo come morto. Morì, di li a non molto, il 15 luglio; qualcuno sostenne: “nella Curia romana”; altri disse: “nell’ospedale di Santo Spirito”; altri rivelò: “nella sua carcere”; altri, infine, e quel che più conta, un vescovo alifano, lo ritenne “Innocentiae victima”.  (3)

Non mancarono, tra gli inquisiti, medici illustri: Francesco Brancaleone da Frasso, (1500-1570) denunziato nel ’69, per interessi privati e vendetta, di eresia, detenzione e occultamento di libri proibiti, concubinato e bestemmia, fu gettato in carcere e vi si ammalò prima di essere trasferito in ambiente più idoneo; subì, tuttavia, il giudizio e dopo un calvario di otto mesi riuscì a salvarsi, però minato nel fisico e nel morale. Né tra i medici mancarono gli inquisitori: si segnalò il siciliano Gianfilippo Ingrassia, uno dei chirurghi insigni, contemporaneo del Brancaleone. (4)

Di anonimi, fa cenno Orazio d’Acquaviva, vescovo di Caiazzo dal 1592 al 1617; in una sua relazione –volta dal latino– si legge che, insediatosi in diocesi, apprese di un laico, dedito alla magia, il quale era stato accusato d’aver rubato in chiesa dell’olio santo “per abusarne in divinazioni e incantesimi”. Il medesimo prelato minacciò di scomunica donne del luogo le quali “erano solite, di Sabato Santo attingere dal fonte battesimale alquanta acqua in cui erano stati sparsi gli oli sacramentali”, (5) da utilizzare, è verosimile, soprattutto per la tradizionale  benedizione all’inizio del pranzo pasquale in famiglia e, all’occorrenza, anche quale rimedio di medicina popolare.

Il vescovo s’interessò pure di qualcuno che, “non senza scandalo di popolo, non si genuflesse al SS.mo Sacramento quando era stato portato agli infermi”; mal gliene incolse: “Essendo stata presa informazione”, il reo “fu imprigionato e poiché fuggì dalle carceri per colpa del custode, da ultimo, come monito della Sacra Congregazione dell’Inquisizione, fu sottoposto a penitenza”, in contumacia. Il presule, infine, “rinvenne alcuni processi d’inquisizione istruiti con altri attinenti a cose di santa fede”; degli inquisiti si ignorano il nome, il  numero, l’età, lo stato sociale né si conoscono le motivazioni specifiche delle condanne; di certo, si sa che, mandati incontro a procedimento giudiziario, “per ordine della detta Sacra Congregazione, fuerunt torti et paenitentiati”. (6)

__________

1- Cfr., al riguardo, E. Pontieri, Le origini della Riforma Cattolico-tridentina a Napoli, in Divagazioni storiche e storiografiche, II, Napoli, SEI, 1966, pp. 243-244. R. Di Lello, Torture  tra leggenda e storia, in “Il Sannio”, Benevento, Pagine Sannite, IX, 142  (2004) p. 9. 2- B. Di Dario, Notizie storiche della Città e Diocesi di Caiazzo, Lanciano, Carraba, 1941, pp. 172-173. R. Di Lello, cit. 3- AA.VV., a cura di, Storia di quattro secoli del can. dott. Gianfr.co Trutta, in “Annuario 1979”, Piedimonte Matese, ASMV, pp. 197-198. F. Gargiulo, Giacomo Gilberto Nogueras (…), Firenze, 1969, pp. 22-23. B. Di Lello, Jus Divinum dei Vescovi (…), in “Annuario 1977”, Piedimonte Matese, ASSA, pp. 59-64. R. Di Lello, cit. 4- R. Di Lello, cit. Id., Francesco Brancaleone da Frasso (…), in “Il Sannio”, Benevento, V, 305, (2000), p. 13. R. Camilleri, Storia dell’Inquisizione, Roma, 1997, p.46  5- Associazione Storica del Caiatino, a c. d., Relazione della 2° Visita ad Limina di Mons. Orazio d’Acquaviva 1609. Archivio Vaticano: Sacrae Congregationis Concilii Relationes, Caiacen, 164, A 1, Fisciano, Jannone, 1989 , pp. 18-19.  6- Ibid., p. 47.

Nella foto di  “ilmondodiaura.altervista.org/MEDIOEVO/TORTURE.htm” alcune delle torture più frequenti.

 

 

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