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PADRI E MARITI SEPARATI, ECCO CHI SONO I NUOVI POVERI

Gentile Avvocato,

la rottura del rapporto di coniugio tra mio figlio e la moglie è stata, ed è, per lo stesso causa di una serie di spese, nel tempo, divenute oltremodo gravose stante la difficile e precaria situazione economico-patrimoniale dallo stesso sofferta in quanto non solo padre separato ma altresì disoccupato. Mi farebbe piacere conoscerne di più a riguardo e sapere se effettivamente una tale circostanza possa risultare di fatto rilevante. La ringrazio.

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Chiara Valeria Schafli *| Dormire per mesi in auto, vivere in una roulotte o, talvolta, anche sul ciclo di una strada come un clochard: questa, ad oggi, la triste realtà vissuta da numerosi padri e mariti divorziati. Ad occuparci è un fenomeno sociale che coinvolge, in misura sempre più crescente, migliaia di uomini che, travolti dalle conseguenze economiche di una rottura coniugale, finiscono -a dire del Presidente dell’associazione padri- separati- in un “turbinio di impoverimento totale”.Conseguenze psicologiche, logistiche ma anche e sopratutto economiche quelle susseguenti alla fine di un matrimonio che inevitabilmente, stante alla ormai prassi consolidatasi, spiegano i propri effetti solo e per lo più sul padre/marito separato.91.706 coppie separate cui vanno ad aggiungersi 82.469 coppie divorziate: numeri da capogiro questi delineanti i contorni di un fenomeno dilaniante ma silente, di fatto, oggi connotato da una evidente disparità pressochè totale tra gli ex coniugi. Ed infatti, sempre più si assiste ad una rappresentazione del vissuto familiare, conseguente alla separazione, che vede la donna quale parte economicamente più debole e, dunque, detentrice esclusiva di diritti mentre l’uomo quale parte più forte e, pertanto, titolare di soli doveri. Il tutto con l’inevitabile innescarsi di un “meccanismo di impoverimento esponenziale” da parte di molti padri e mariti coinvolti. A riguardo emblematici i dati risultanti dai dossier della Caritas che, nel definire questi ultimi come i “nuovi poveri” hanno rimarcato che “dopo la separazione, aumenta il ricorso ai centri di distribuzione beni primari (49,3 %) e mense (28,8%) mentre il 66,1% […]” dei padri separati non riesce “[…] ad acquistare beni primari”.

Conseguenza questa inevitabile se solo si considera che, secondo i più recenti indici ISTAT, nel 94% delle separazioni le stesse si concludono con l’addebito a carico del padre dell’assegno di mantenimento in media determinato in € 500,00. Ebbene, prendendo quale esempio un soggetto medio con uno stipendio mensile di € 1.500 circa, cui va decurtato il quantum dovuto a titolo di mantenimento, la eventuale somma dovuta per l’affitto di una nuova abitazione nonché l’eventuale mutuo gravante sulla casa familiare, evidente come il totale delle spese divenga, di fatto, insostenibile. Il tutto, per di più, senza tralasciare che, sempre secondo l’ISTAT, all’atto della rottura coniugale i mariti hanno mediamente un età prossima ai 50 anni con le inevitabili e più che prevedibili difficoltà di trovare un nuovo impiego. A tal punto, giovano delle precisazioni. In particolare, il dettato codicistico impone, in sede di rottura del rapporto di coniugio, di tutelare il coniuge economicamente più debole attraverso il c.d. diritto di mantenimento così consentendogli di conservare un tenore di vita quantomeno simile a quello goduto in costanza di matrimonio. Orbene, un principio giuridicamente corretto in termini di prosieguo dei doveri assistenziali e solidaristici discendenti dal matrimonio ma evidentemente problematico se solo si considerano gli effetti potenzialmente discendenti da una sua applicazione aprioristica e del tutto decontestualizzata dalla effettiva situazione patrimoniale dei due interessati. Ed infatti, evidente come proprio l’intento di garantire un egual tenore di vita possa, talvolta, determinare l’innescarsi di un meccanismo in forza del quale alla tutela dell’ex coniuge economicamente più debole corrisponda l’aggravarsi delle condizioni patrimoniali dell’altro coniuge per essere quest’ultimo onerato di gran parte delle spese.Ebbene, in tale contesto, pur difettando un espresso intervento legislativo, non mancano, nel panorama giurisprudenziale, pronunce positive tra le quali va ad annoverarsi una sentenza del 2013 con cui gli Ermellini hanno inteso tutelare, più specificamente, i padri separati e disoccupati che non riescono a provvedere al pagamento dell’assegno di mantenimento, così imponendo la necessità, in tali ipotesi, di  “ […] valutare la reale condizione economica dell’interessato”, al fine di verificare “[…] se il padre percepisce un sussidio, se questo sia l’unico reddito disponibile e se l’uomo abbia la possibilità di dedicare una parte delle sue entrate all’adempimento degli obblighi verso la ex moglie ed il figlio” (Cass. n. 7372/2013). Ordunque, se è pacifico il riconoscimento di un diritto al mantenimento è pur vero che lo stesso, nell’ottica di una tutela del padre/marito separato, non può e non deve comprometterne il minimo sostentamento. Ed infatti, -come detto-  nell’apprestare e disporre gli strumenti volti a garantire l’egual tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, non può di certo prescindersi dal valutare l’effettiva situazione reddituale reale degli interessati, rischiando, altrimenti, di determinare proprio quegli squilibri economici che il legislatore intende, per contro, evitare.

*Chiara Valeria Schafli Avvocato, laureata a pieni voti in Giurisprudenza presso la “Luiss Guido Carli” con una tesi in Diritto Privato, titolata “La donazione indiretta e l’azione di riduzione”. Collabora da anni con diversi studi legali, da sempre prediligendo il ramo civilistico del diritto ed affrontando con grande passione sopratutto le tematiche connesse al diritto di famiglia ed alla tutela dei minori nonchè gli aspetti inerenti la contrattualistica nazionale ed internazionale.

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