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SAN POTITO SANNITICO, FESTA DEL GRANO, SI RINNOVA IL RITO DELLA TREBBIATURA

Franco Mattei. San Potito Sannitico. Si rinnova oggi la festa del grano, come nella ormai instaurata tradizione. La cominciai a frequentare l’8 giugno di qualche anno Mi sembro’ di tornare indietro nel tempo di circa mezzo secolo, quando adolescente sulla grande aia dei miei nonni materni, a Calvisi, si accumulavano nel mese di giugno carri di “regne” in attesa dell’arrivo della trebbia, che puntualmente giungeva verso la fine di giugno, con tutto l’apparato il cui regista era un certo “manimuzzo” di Alife.  Era usanza dovunque concentrare quanti più covoni possibili presso masserie di amici per permettere alla trebbiatrice di sostare e essere “civata”  per intere settimane evitando spostamenti continui che richiedevano anche un’intera giornata. Quel giorno in zona Quercete di San Potito ho rivissuto una giornata d’altri tempi. Nella prima mattinata un brulicare di persone si intrecciavano in un via vai come formiche;  molte transitavano nel grande capannone intente,  a portare vettovaglie di ogni genere e a consegnarle a persone predisposte che a loro volta le deponevano in ordine al proprio posto. Altre visitavano con particolare attenzione  i mezzi agricoli d’epoca, ben sistemati nella grande tenuta: ben cinque trebbie, allineate pronte per inglobare i piccoli covoni; una mietitrebbia anch’essa d’epoca, di particolare interesse; circa  20 trattori di ogni epoca e di diverse marche, tutti perfettamente resi funzionali. Molte persone con macchine fotografiche o cellulari si improvvisavano esperti fotografi, per immortalare immagini che richiamavano un’altra epoca. Le trebbiatrici, almeno tre sarebbero entrate in funzione nella tarda mattinata, erano attorniate da trattori con rimorchi carichi di “regne” ( una volta erano i carri trainati dai buoi ad invadere le aie). Gente esperta, non più giovane, un tempo senz’altro avvezza  a quel tipo di lavoro,  si aggirava tra i mezzi, per  visionare che tutto fosse perfettamente  in ordine nel momento in cui le  lunghe cinghie  avrebbero azionato in un perfetto sincronismo  le trebbiatrici. I “civatori” erano già a loro posto sulle grandi bocche, vicini i tagliaregne, pronti con falcetti affilatissimi a tranciare i legami dei piccoli covoni ( legami particolari fatti da mazzetti di spighe intrecciate); pronti anche  gli alzaregne, muniti di forconi particolari modellati, tutti di legno. Tutto era pronto per il grande  inizio. Un ultimo giro da parte del regista di questo grande palcoscenico naturale, Gianfranco Gaudio che finalmente, come fara’ oggi, visto che ognuno era al proprio posto, compresi gli “insaccatori” del grano con i loro sacchi bianchi, gli sposta balle,  dà il via all’operazione della trebbiatura.  All’improvviso una grande nuvola di pula si alza e avvolge tutti. Il lavoro è iniziato e continua a ritmo serrato: i sacchi di grano si riempiono man mano, le balle, quasi rigettate dalle imballatrici, vengono spostate e sistemate una sopra all’altra, gli alzaregne svuotano i rimorchi, i civatori a ritmo incalzante lanciano nella bocca  della grande macchina i covoni che, all’interno,  seguono il loro  percorso e ogni sostanza viene separata: il grano scende veloce nei sacchi, la paglia termina nelle imballatrici e fuoriescono in balle, la pula si spande nell’aria. Ai tempi d’oggi nulla di tutto ciò si può notare: le grandi mietitrebbie, frutto della tecnologia moderna, istantaneamente, mietono, trebbiano e imballano. “Per questa ragione– mi spiega Gianfranco Gaudio– da piu’ di10 anni con alcuni miei amici e parenti abbiamo pensato di mantenere viva questa tradizione e trasmetterla soprattutto ai giovani in modo che possano comprendere i disagi di un lavoro così massacrante a cui erano sottoposti i nostri genitori. Oggi per noi quest’evento è un hobby, una giornata in piena allegria, ma allora era un motivo di sopravvivenza“. Gli amici di cui parla Gianfranco che lo hanno affiancato in questo progetto, ripetitivo ogni anno in località diverse tra San Potito e Calvisi, nel pressi dello storico Arvento, sono tutti appassionati e alcuni anche   collezionisti di mezzi agricoli d’epoca. Tutti hanno fatto esperienza fin da piccoli, seguendo i propri genitori e parenti nel periodo della trebbiatura e quel ricordo si è talmente radicato in modo indelebile nella loro mente che ogni anno, attraverso questa manifestazione, sentono di far rivivere i propri cari. Si parla di Nicolino Lombardi, amico e parente di Gianfranco, attuale Dirigente Scolastico  dell’Isiss di Piedimonte, dove ultimamente presso l’Itis ha creato un Museo, molto interessante, di tali attrezzi, contribuendo anche con i suoi particolari prototipi a renderlo più importante, di Gaetano Pitò, di Angelo Di Chello da Gioia Sannitica, altro grande collezionista di macchine agricole d’epoca, di Tonino Lombardi,  e Marco Riccio, aiutante instancabile di Gianfranco. Quel giorno ho potuto constatare l’interessante  parco macchine di Gianfranco, che per professione svolge la sua attività presso un noto Laboratorio Analisii di Piedimonte in qualità di Amministratore Unico, composto da ben cinque trebbiatrici e una mietitrebbiatrice, tutte d’epoca, da circa venti trattori e da altre attrezzature tutte risalenti a tempi passati; ogni macchina era perfettamente funzionante. Per il loro ricovero è stato necessario costruire in località Quercete un grande capannone, dove come collaboratore fisso opera Marco. “ Questa passione è nata in me – dice Gianfranco –  fin dall’età di sette/otto  anni anni quando seguivo mio padre, Francesco e mio zio Raffaele in questa loro attività stagionale. Ero attratto più dal lavoro che svolgeva zio Raffaele,  un lavoro più tecnico  a contatto con i macchinari, dai quali ero particolarmente attirato, dalle varie manovre che si svolgevano per mettere a punto la trebbia, il trattore,   le lunghe cinghie da collegare dal trattore alla trebbia,  le varie pulegge, l’imballatrice, ecc. Poco allettante il lavoro di mio padre che si basava soprattutto sull’organizzazione amministrativa”. La Società era stata avviata intorno agli anni ‘50 da Francesco Gaudio, papà di Gianfranco e da Raffaele Lombardi, fratello della madre di Gianfranco, la Sig.ra Agnese; don Pietro Gaudio, insegnante, che era stato anche Sindaco di Gioia Sannitica, faceva parte della società solo in riferimento alla Trebbia. I Gaudio erano una grande famiglia, tutti residenti a Calvisi con le loro famiglie: Vincenzo, il primo in ordine anagrafico, poi Francesco, Pietro, Giuseppe, Antonio, Luigi e Biondino, Guardiabosco del comune di Gioia. Solo Francesco si era distaccato dal nucleo residente a Calvisi, avendo sposato una Lombardi, altra grande famiglia di San Potito Sannitico. Conoscevo bene tutti i componenti la famiglia Gaudio, essendo nativo di Calvisi, persone oneste, operose, dedite alla famiglia, si frequentavano molto con mio padre. Ricordo particolarmente don Pietro, quando si incontrava con amici come “ron Angelo di Nardo, Paolino “re Emma”, Costantino Riccio, il vino vinceva sempre e canti a squarcia gola si diffondevano per il piccolo borgo, particolarmente durante il periodo carnevalesco. “Mio zio Pietro –  continua Gianfranco – ad un certo punto, per ragioni di salute lascia la Società, e a guidarla ancora per vari anni continuano mio padre e zio Raffaele. Ricordo che le zone dove ogni anno ci recavamo  per la  trebbiatura, naturalmente era mio padre che intratteneva i contatti con gli agricoltori, oltre a San Potito erano Calvisi, Faicchio, Pietraroja. Ci assentavamo da casa per circa un mese: dalla fine di Giugno, inizio dell’attività, fino alla fine di Luglio. Come operai fissi , ci seguivano sempre: due “civatori”, due “alzaregne” e due “tagliaregne, in genere erano di Calvisi”. A quel tempo ogni contadino immancabilmente seminava un piccolo appezzamento di terreno a grano perché la farina costituiva per la famiglia un alimento di sopravvivenza e non poteva mancare nei ripostigli di casa: con essa oltre all’infornata settimanale che la buona massaia effettuava nel proprio forno rustico, sempre presente nelle antiche masserie, per produrre quelle fragranti pagnotte di pane che si consumavano in vari modi, anche quando diventavano dure, in quel caso al mattino ci si faceva il “panecotto” con i residui della cena (squisito!!), con la farina si producevano i “cavategli”, le laine, le scardacine, e tanti altre pietanze della sobria cultura contadina. Anche i maiali, sempre presenti nel cortile di casa contadina, usufruivano dei derivati della farina, la “vrenna” come pure le galline. La crusca veniva anche mescolata alla farina in modo da ottenere del pane, oggi diremmo integrale, scuro. Ricordo che da piccolo provavo invidia  per quei ragazzi che mangiavano pane bianchissimo, il pane dei Signori. Oggi le abitudini sono mutate, per cui ognuno, specialmente le persone non più giovanissime, va alla ricerca del pane scuro, appunto integrale, ricco di fibra, vitamine e sali minerali. “ A volte – continua Gianfranco – su un’aia stavamo anche un’intera settimana perché ogni piccolo agricoltore portava lì  il suo carro di “regne”, il cui ricavato doveva sfamare la famiglia durante tutto l’anno. Ognuno contribuiva con ciò che aveva per il pranzo giornaliero, che tutt’insieme si consumava all’aperto, all’ombra degli alberi, in genere dei grandi gelsi, che facevano da cornice alle grandi masserie. Il menù variava un po’ da zona a zona, ma comunque si concentrava su questi alimenti: non mancava mai l’insalata di pomodori, mista a cipolle, sedano, cetrioli, ecc. Per primo in genere, un abbondante piatto di pasta e fagioli, o pasta asciutta; presente quasi sempre il pollo con contorno di friarielli; anche l’uovo fritto era sempre presente. E poi…fiumi di vino. Confesso che era tutto squisito. All’ ora di pranzo mi sentivo un sorvegliato speciale da parte degli sguardi di mio padre e di zio Raffaele: osservavano se il pranzo era di mio gradimento.
Intanto verso gli ultimi anni si aggiunse alla comitiva anche mio cugino Tonino Lombardi, figlio di zio Raffaele, di età inferiore alla mia, che divise con me quell’esperienza indimenticabile.
Così trascorsero quegli anni, che ricordo con particolare nostalgia, fino a quando giunsero  le  grandi Mietitrebbie, tuttofare, che mandarono in pensione  tutti i nostri mezzi. Era la fine degli anni ‘60. Così finì anche la Società costituita da mio padre e mio zio Raffaele”. Intanto le trebbiatrici  avevano “ingoiato” tutti i covoni , i sacchi bianchi erano tutti pieni della preziosa sostanza, le balle erano state tutte accatastate in un certo ordine, i trattori costretti al silenzio. Era terminata la Trebbiatura, per la gioia di tutti perché si avvicinava il momento della grande “abbuffata”. Infatti ognuno avevano preso posto su tavolate particolari improvvisate dalle balle di paglia. I collaboratori, tutti amici e parenti di Gianfranco, si alternavano a servire i convenuti.  Così in piena allegria volgeva a termine quella splendida giornata. “ Se non fossi attorniato da  tanti amici- mi confida Gianfranco– che coltivano la stessa mia passione, e dalle mie figlie, Lavinia che lavora presso il laboratorio Igea e Fabiola presente oggi, anche se risiede a Roma, questa tradizione  rischierebbe la fine. Con mio cugino Tonino, memori di quegli anni  trascorsi con i nostri genitori, in loro ricordo, forse, comprammo a distanza di anni  la prima  Trebbiatrice d’ epoca. Poi ho proseguito come collezionista  acquistandone altre quattro  insieme a svariati trattori  ed altri mezzi, che oggi custodisco gelosamente”. Oggi si rinnova la tradizione, una giornata da ricordare, soprattutto per le nuove generazioni.
Informazioni su Emiddio Bianchi ()
Vice Direttore di Casertasera.it. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche e condotto, per molti anni, trasmissioni radio e tv.

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