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S. FERDINANDO VESCOVO DI CAIAZZO IN RIFERIMENTI PRELIMINARI : IDENTITA’, VITA E CAUSA DELLA MORTE

Rosario Di Lello| Alla luce di fonti e di riferimenti a memoria d’uomo che vanno dal 1200 al dicembre del 2017, ho riveduto una breve nota biografica e, da medico e con qualche novità, l’ho ampliata in un testo che, di prossima pubblicazione, tratta di San Ferdinando vescovo di Caiazzo, nella storia della medicina campana, in cinque parti attinenti alla identità, alla vita, alla morte, alla taumaturgia ed al culto; di esso intendo proporre quanto ho ricapitolato in sintesi estrema

Va rilevato, innanzitutto, che in un’opera enciclopedica in dodici volumi del 1964 è dato leggere che  l’episcopato di Ferdinando, vescovo di Caiazzo, è stato posto dai diversi autori in un periodo che va dalla metà del X° secolo alla fine del XII° e che i vescovi documentati di quel periodo sono: Urso, Stefano, Costantino, Stazio, e Guglielmo, ragion per cui nasce il “sospetto” che il Ferdinando di famiglia regale giunto a Caiazzo dalla Spagna non sia un vescovo, ma “forse”, le reliquie di san Ferdinando re (1199-1252) venerato nella diocesi campana e “dall’errore popolare” trasformato in vescovo locale e “festeggiato  il 27 giugno “.

A tal proposito, dirò soltanto che, alla luce soprattutto dei testi citati nella detta opera, sembra sia possibile contestare il sospetto, il forse e l’ errore popolare sulla identità di san Ferdinando. Inoltre, è probabile che Ferdinando sia stato non di regia stirpe Aragonese, ma soltanto originario d’ Aragona, costituitasi in regno indipendente nel  1035.

Del resto, altri scritti dicono anche, nello specifico, che –progenie d’Aragona a parte– Ferdinando nacque “in Spagna”, nel 1030 ed “educato cristianamente si diede a coltivare la vita interiore”. Pellegrino verso –o da– luoghi santi, giunse e rimase in diocesi di Caiazzo e “per voto comune del clero e del popolo” ne fu consacrato vescovo nell’anno 1070.

Dopo un decennio, “ Da breve morbo colpito mentre delle chiese della sua diocesi alla visita si dedicava”,  a  Compulteria  – a valle tra Alvignano e Dragoni– “ colpito da fortissima febbre, dopo tre giorni appena se ne volava al cielo ”. Era il 27 di giugno del 1082. Rispettandone la volontà, fu sepolto sul posto, nella basilica della Vergine in Cornello, e sul di lui sepolcro fu scritto che i malati vi giungevano, “senza salute, E sanati” se ne ritornavano “con giocondità”. Fu eletto patrono e considerato taumaturgo in particolare contro il così definito “pestifero male della febbre che brucia”.

Circa la causa della morte, v’è da dire che, tenendo per validi gli accennati riferimenti su causa generica e luogo della morte, prima di tutto, suffragano l’ipotesi su un morbo infettivo e grave, tanto il riferimento alla febbre e alla durata quanto –come si avrà modo di constatare– certe invocazioni a favore dei febbricitanti. E non è tutto: a un episodio morboso, improvviso, violento e rapido pare rimandino, specialmente, le parole di una  supplica che, già prima del 1600, i fedeli rivolgevano a Ferdinando per essere liberati dal ”pernicioso  fardello delle febbri –al plurale– che bruciano”.

Alla luce di questi indizi, vengono subito in mente, quali probabili cause della morte, la Peste, la Meningite epidemica, l’Ergotismo, il Tifo e la Malaria, patologie frequenti nel 1182 – 1184. E v’è dell’altro: una ricerca pubblicata negli Stati Uniti riporta una lista di termini comunemente utilizzati per le febbri e, tra gli stessi: “Burning fever”, febbre bruciante, per la tifoidea –tifo, tifo esantematico– e “Pestilential  fever”, febbre pestilenziale, per tifo, malaria, peste e febbre gialla –quest’ultima, però, malattia tropicale–

Più in particolare,  se san Ferdinando morì a causa di una febbre violenta che durò tre giorni soltanto, il riferimento ad una febbre di breve durata e funesta induce a pensare subito a peste, ergotismo, tifo e malaria, non rare a quel tempo. Che poi ancora a distanza di tempo la gente lo invocava di proteggerla da una consimile forma morbosa, lascia almeno ipotizzare che quel tipo di patologia fosse assai comune nel territorio e indirizza verso Tifo e Malaria.

A riprova, va detto che nel Tifo il serbatoio del germe è il ratto e l’agente trasmettitore è la pulce; la febbre raggiunge i 39°- 40° e nelle Forme fulminanti si ha febbre precoce e morte in pochi giorni. Nella Malaria, pure essa dalle molteplici forme, il germe è trasmesso dalla zanzara; nella Terzana maligna –da notare Estivo-autunnale– la temperatura aumenta con rapidità fino40°- 41°e lo stato generale risulta compromesso; le Perniciose malariche conducono con rapidità a morte e nelle Perniciose comitate  ad una febbre estivo-autunnale si accompagna una gravissima sindrome acuta.

Insomma, anche se il termine urente rimanda a una febbre simile al fuoco, quale è quella dell’ergotismo o Mal degli ardenti, o Fuoco sacro o Fuoco d’inferno ecc. e anche se soltanto per il tifo  si rinvengono, così come nella suddetta invocazione, ambedue gli aggettivi bruciante e pestileziale, nondimeno le temperature assai elevate, il termine pernicioso e l’anzidetta definizione ”pernicioso fardello delle febbri –plurale– che bruciano”, lasciano pensare alla malaria; essa, infatti,  assai comune a quel tempo, si manifesta, appunto, con lo “stadio della febbre” o “del calore”, in forme  diverse tra le quali, talvolta, quella perniciosa, la più letale, e –da aggiungere– con maggior frequenza, come le altre, nei territori paludosi, regno della zanzara.

E territori di tal genere non mancavano in diocesi di Caiazzo e nelle limitrofe, come provano i toponimi  Padulo, Paduli,  Pantane, Pantani, Pantanelli e, guarda caso, pure nella piana di Dragoni la contrada Pantano, tale a causa delle esondazioni del Volturno. Non solo: nella diocesi caiatina –così come nelle altre– le località di pianura risultavano, anche a causa della topografia, dei lenti corsi d’acqua, delle grosse pozze stagnanti, delle zone non ancora bonificate e del clima mite, non proprio salubri, anzi malsane, sicché gli abitanti erano indotti  a spostarsi in siti elevati. E, per giunta,  Ferdinando praticò, pure in vita, non poche “guarigioni principalmente delle malattie con febbre” .

Dunque, tenendo da conto, semmai,  anche i periodi di incubazione della malattia e la durata della visita pastorale nelle “chiese della sua diocesi”, è verosimile –fino alla prova del contrario–  che egli sia morto a cagione di una forma gravissima di Malaria contratta in quella circostanza.

 

 

 

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