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RUBRICHE- LA PSICHIATRIA E L’ANTIPSICHIATRIA

 Antonio Cantelmo*|La psichiatria (cura dell’anima), branca della medicina con agganci multidisciplinari, studia la genesi, la dinamica, il significato e le espressioni delle perturbazioni della personalità che costituiscono la malattia mentale, al fine di attuare i provvedimenti terapeutici diretti a ristabilire lo stato di salute e ripristinare il controllo sociale alterato. Studia anche i fattori che intervengono nel mantenimento della salute mentale ed indica le vie atte alla promozione di esse. La psichiatria come tutte le discipline non sfugge alla naturale evoluzione delle cose e rispecchia fedelmente il pensiero della cultura del nostro tempo. Contrapporre la psichiatria nosografica di Kraepelin a quella sociale di Sullivan è un errore metodologico dal quale possono derivare distorsioni dannose al malato e al medico. E’ più giusto dire che la psichiatria, quale è concepita oggi, è “diversa” da quella in voga alla fine del secolo scorso. Essa si è arricchita con le conquiste nel campo neurofisiologico, psicologico, antropologico culturale e sociale. In complesso a chi osservi con obiettività l’evoluzione della psichiatria appare evidente la sua multidisciplinarità che oggi la caratterizza. Lo psichiatra moderno deve affrontare le problematiche del malato mentale con una prospettiva multidimensionale. Allo psichiatra viene chiesto di mettere in atto tutti i provvedimenti terapeutici, da quelli farmacologici a quelli psicoterapici, per modulare e ristabilire lo stato di salute e ripristinare i rapporti interpersonali alterati della malattia. Se è vero che lo psichiatra deve studiare i fattori, individuali e sociali, che intervengono nell’equilibrio della salute mentale, è altrettanto vero che deve evitare di “psichiatrizzare” ogni situazione umana. Una valida psichiatria non può essere che integrale e multidisciplinare. Ad una concezione moderna della psichiatria si è giunti attraverso il concorso e l’evoluzione delle varie correnti di pensiero con i loro pregi ed i loro difetti. La psichiatria del futuro, afferma Zutt (1973), sarà una psichiatria culturale oppure non sarà una buona e vera psichiatria. Tuttavia per evitare equivoci è necessario definire che cosa si intende per cultura. Il concetto di cultura non deve essere ridotto in termini solo sociali, perché altrimenti si recherebbe danno sia alla scienza psichiatrica che ai malati stessi. Cosi come l’antropologia non va ridotta ad un gioco di dinamiche pulsionali. E’ quindi auspicabile che entri in azione quella capacità di riflettere nell’uomo, di cui oggi si fa un gran parlare. Tale capacità può proteggere l’essere umano dall’avventurarsi in interpretazioni  che obbediscono solo a linee ideologiche, trascinando quegli argomenti che non si confanno alla tesi da dimostrare. Tutto ciò non ha nulla a ché fare con l’inclinazione ulteriore al compromesso, ma con quella forza d’animo che deve essere dote del ricercatore “corretto”. Alla psichiatria tradizionale si contrappone l’antipsichiatria che ha avuto origine in Inghilterra ed è stata elaborata, come movimento di pensiero, da Laing che, in collaborazione con altri due psichiatri esistenzialisti, Cooper e Esterson, ha enunciato una teoria che investe tutta la concezione della psichiatria tradizionale. Le prime tesi dell’antipsichiatria sono state esposte nel 1961 da Laing nella sua opera <<L’Io diviso>>. Nel 1967 lo stesso Laing ha completato l’esposizione della teoria antipsichiatrica ne <<La politica dell’esperienza>>. Sempre nel 1967 è stato pubblicato il lavoro di Cooper <<Psichiatria ed Antipsichiatria>>. L’antipsichiatria è stata recepita anche in Francia e in Italia. Nel 1968 è stata pubblicata l’opera di Basaglia <<L’istituzione negata>>. La violenza costituisce il punto centrale del pensiero antipsichiatrico e viene individuata in 3 momenti principali. Il primo è quello dell’educazione familiare: sin dalla nascita il bambino è sottoposto a costrizioni esercitate con violenza che vengono chiamate “amore”, come lo sono stati i suoi genitori e i genitori dei suoi genitori; nel complesso l’impresa è coronata con successo. Quando questo nuovo essere umano ha raggiunto i 15 anni circa ci troviamo con un essere simile a noi, ossia con un essere più o meno adatto ad un mondo “semi-pazzo”. E’ questo che oggi si chiama essere normale. Secondo questa concezione le repressioni familiari e sociali portano alla condizione di demente-normale l’uomo che generalmente viene considerato sano, mentre colui che si ribella a tale violenza viene considerato psicotico. La seconda violenza si attua nel momento in cui lo psichiatra pone una diagnosi o una prognosi, le quali servono solo a qualificare il paziente e a svalorizzare il suo avvenire etichettandolo come “schizofrenico”, mentre la psicosi rappresenta la sola via d’uscita per l’individuo. La terza violenza è quella di dover curare il cosiddetto psicotico al fine di impedire lo svolgimento di un processo che potrebbe rivelarsi liberatore e creativo attraverso un viaggio nel suo spazio interiore. L’antipsichiatria si articola quindi su queste principali tesi: a) rifiuto della nosografia; b) rifiuto della terapia; c) rifiuto dell’istituzione. Il rifiuto dell’istituzione per la verità non costituisce una novità. Gli psichiatri da anni criticano l’attuale struttura e ne chiedono il rinnovamento, mentre gli antipsichiatri hanno enfatizzato, fino all’esasperazione, il quadro del malato istituzionalizzato al punto da darne un’immagine caricaturale. D’altra parte lo sviluppo assunto dalla psichiatria extraospedaliera  ha ridotto automaticamente il fenomeno dell’ospedalizzazione, per cui ci si avvia verso un nuovo stadio di “ospedalizzazione minima”. Le comunità antipsichiatriche raccolgono un certo numero di persone qualificate come malati mentali che possono vivere come meglio credono in un sistema diverso da quello adottato dal mezzo sociale (l’antiospedale). Se l’antipsichiatria vuol significare la negazione della psichiatria tradizionale, si può dire che nell’opinione pubblica l’adagio che gli psichiatri sono più matti dei loro pazienti e che questi ultimi peggiorano dopo essere stati curati dagli stessi è antico quanto l’umanità. Pur tuttavia bisogna riconoscere che l’antipsichiatria originaria, con tutti i suoi paradossi, ha esercitato un’azione di rottura dello stagnante problema degli ospedali psichiatrici, rimettendo in discussione sia il nosografismo psichiatrico, sia l’organizzazione psichiatrica repressiva dalla quale deriva quell’innegabile processo di istituzionalizzazione, distruttore della dignità del malato. L’altra grave lacuna dell’antipsichiatria è la negazione dell’inconscio e dello stato di malattia. Di conseguenza se si nega la malattia si nega anche la terapia e quindi ogni possibilità di intervento per sedare l’ansia, la depressione, le fobie, i deliri e le allucinazioni. Sul piano teorico l’antipsichiatria parte da un errore fondamentale: la confusione dell’anormale con il patologico. Va ricordato che il patologico è qualche cosa di più dell’anormalità alla quale non si può ricondurre. Il secondo errore teorico è quello del principio di causalità univoca e diretta della psicosi. Cosi come sbagliano coloro che vogliono ricondurre l’etiologia delle psicosi esclusivamente a cause somatiche,  come avviene nella paralisi progressiva, o coloro i quali ritengono responsabili delle psicosi solo i fattori psichici; sono dogmatici gli antipsichiatri quando affermano che la malattia mentale è esclusivamente socio-genetica. L’etiologia delle psicosi è multifattoriale: esiste un predeterminismo in cui i componenti hanno dimensioni variabili da caso a caso. L’antipsichiatria si pone come movimento di pensiero decisamente contro tutta la psichiatria ed in particolare rifiuta a priori l’inserimento dello stesso fra le discipline mediche. Se si accettano le formulazioni teoriche di Laing e Cooper viene fatto allora chiedersi se è possibile essere allo tempo psichiatra e antipsichiatra: A questa domanda io ne aggiungo un’altra: si può essere antipsichiatra e medico ?

° Dott. Antonio Cantelmo: Medico-Chirurgo, Specialista in Psicologia Clinica e Psicoterapia, Dirigente Medico ASL Caserta, Membro della Società Italiana di Psichiatria – Pratella (CE) . antonio.cantelmo@libero.it – 0823/783600 – 330/659140  

                                                                                       

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