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A PROPOSITO DI UN VESCOVO ARGENTINO NATO IN DIOCESI DI TELESE-CERRETO

ROSARIO DI LELLO| L’argomento è stato trattato in una pubblicazione (1) presentata in data 19-8-u.s., nella sala consiliare del Comune di Pietraroia. Nella circostanza, l’autore ha fatto presente che Pietraroia è un paesino di montagna, a economia pastorale e agricola, ricco di storia e di folklore, ed ha accennato, nel rispetto del tema, all’importanza notevole, per opere e scritti, di taluni ecclesiastici del luogo; quindi è passato al testo.

In esso, di seguito al summary e alla prefazione della professoressa Lucia Falcigno, l’autore, mediante  fonti, inedite ed edite e riferimenti a memoria d’uomo, (2) espone, in due parti, la vita del vescovo e il giudizio di alcune personalità.

In breve, vi si legge, come da documento, che “alle ore antimeridiane due del dì quattordici” di settembre, del 1882,“in via pozzo”, a Pietraroia, figlio di “Paolo de Carlo” e di “Maria Carmina Varrone”, nacque Nicola De Carlo  e gli venne imposto il nome dei nonni paterno e materno e del Santo patrono.

Al riguardo, nella presentazione, l’autore ha precisato che quel nome è passato, per tradizione, dal nonno paterno al nipote e che è assai abituale in Pietraroia, perché è del Patrono.

Nel testo si legge pure che, dopo qualche tempo, la famiglia De Carlo, assai religiosa, emigrò a Paranà, in Argentina. Nicola vi frequentò la scuola primaria, il collegio e il seminario diocesano e portò a termine gli studi ecclesiastici; aveva soltanto 21 anni e non poté essere ordinato sacerdote; tuttavia fu segretario del vescovo.  Il 19 marzo del 1905, il vescovo l’ordinò sacerdote e, da quel momento, il  De Carlo svolse, in diocesi, diversi incarichi: tra l’altro, fu canonico della cattedrale e vicerettore e professore di Letteratura, Storia civile argentina e Istruzione civica, nel seminario.

Nell’agosto del 1918, ebbe la nomina a vescovo titolare di “Eleuteropolis”, in Palestina,  e fu altresì ausiliare di Paranà e vicario generale della diocesi. Il 30 marzo del 1919 ricevette l’ordinazione episcopale e, da allora, rese la sua opera più intensa e fruttuosa, in particolare nei problemi sociali. Nel 1934, il vescovo Martinez rinunciò al governo della diocesi, sicché il De Carlo ne diventò reggente e, allorché quella venne elevata ad archidiocesi, l’arcivescovo Guillan lo confermò vicario generale.

Nel ’36, il Papa nominò il De Carlo vescovo ausiliare dell’arcivescovo di Santa Fé, il quale, a sua volta, lo fece vicario generale per i territori di Chaco e Formosa con sede a Resistencia.  Nel giugno del 1939, il Sommo Pontefice, eresse Resistencia a diocesi e  il 1 agosto del 1940 ne elesse Nicola De Carlo “primo vescovo”. Il 19 ottobre, il novello pastore prese possesso canonico della sede e nel discorso di circostanza pronunciò – secondo l’esatto  giudizio  di Michele Manzelli che per primo ne ha tracciato un profilo– parole significanti circa l’ordine sociale, politico e religioso. Emblematico si rivela, anche,  lo stemma episcopale: al centro una croce, nuda, con le parole “oh crux, ave, spes unica”, cioè: o croce, salve, unica speranza.

In concreto, durante gli undici anni di episcopato il De Carlo aprì nella propria, estesa diocesi ben trenta locali per corsi di formazione professionale e artigianale, nei giorni feriali, e per la santa messa e insegnamenti religiosi, nei giorni festivi. Istituì, in Resistencia, tre consultori sanitari, due orfanatrofi ed altri centri di beneficenza e di assistenza. Ottenne la presenza,  in luoghi diversi del territorio, di ordini e congregazioni religiose. La notevole operosità, “la pionieristica sensibilità” e l’impegno profuso “nei problemi sociali” attrassero “l’attenzione e l’interesse” nonché la stima del presidente Peron, ragion per cui, nell’aprile del ‘48, il Governo donò al presule una croce pettorale artistica e il presidente lo indicò alla nazione quale “fulgido esempio di autentico pastore”.

Nel 1949, in occasione dell’Anno Santo del ‘50, Nicola De Carlo guidò a Roma il pellegrinaggio diocesano e volle rivedere Pietraroia. Vi salì il 6 dicembre, ricorrenza del patrono san Nicola; venne accolto dal popolo festante, al suono dalla banda musicale. Qualcuno tuttora ricorda l’avvenimento.

Prima del ritorno in Argentina, il Pontefice lo promosse Assistente al Soglio Pontificio e Conte Romano. A Resistencia, fu colto da crisi ipertensiva, il 13 ottobre del ’51. Peron inviò l’aereo presidenziale e lo fece trasferire a Buenos Aires, per una più adeguata assistenza; ciò nonostante,  Nicola De Carlo morì il 19 ottobre. Il gesuita Ricardo Zalazar, scrisse:  “Monsignor De Carlo possedeva un carattere sereno ed energico; era dotato di autentiche qualità di governo; era un acuto osservatore e un metodico organizzatore”. Qui ha termine la prima parte del tema.

Nell’affrontare la seconda parte, l’autore scrive che nella prima ha fatto riferimento ai giudizi positivi espressi, sulla base di dati storici, da Michele Manzelli, da Domenico Falcigno, di Pietraroia, e da Riccardo Zalazar, nonché ai riconoscimenti, impliciti, di chi decise e orientò, per mezzo di designazioni e incarichi successivi, la carriera e la missione del meritevole De Carlo; ma v’è dell’altro: arricchiscono l’argomento informazioni e pareri finanche  di don Orione, uomo di santa vita, del presidente Peron, capo di stato, dell’ arcivescovo Bergoglio, poi Sommo Pontefice, del Quarracino, docente universitario, del Càmara e del  Plaffen, rinomati storiografi e di altri.

Don Orione, in un suo viaggio nel Chaco e a Resistencia accenna alle qualità proibitive della regione e al precario stato sociale della gente. Racconta, inoltre, che “Sua Eccellenza” lo “coperse di gentilezze”  e che era “un Vescovo missionario, zelantissimo, tutto ardore, vero carattere di meridionale d’Italia”; che la grande città, contava circa 50.000 abitanti, ma aveva una chiesa soltanto, non grande né bella, e appena “tre sacerdoti, compreso il vescovo: tre apostoli”; il presule era “di un dinamismo di San Paolo”. Il colloquio, poi, raggiunse toni ardenti specialmente quando il De Carlo chiese con insistenza almeno un sacerdote in aiuto e disse: “almeno uno: Lei sa come siamo combinati qui; noi, in tre abbiamo ottanta, forse novantamila anime, e quali anime, e come disposte e…come ubicate!” Insomma Nicola de Carlo parlava con una vivezza eccezionale che. dettata da una impellenza grave, consumante, entrava nell’anima.

Un giudizio espresso nella triste circostanza della morte ricorda, tra l’altro, che Nicola De Carlo, vescovo di Resistencia, “eminente figura dell’episcopato argentino”, godeva della simpatia universale  a motivo delle sue “virtù pastorali” e del suo “spirito moderno che animava il suo apostolato sociale”.

Notevole valutazione successiva è, del pari, quella del Bergoglio, oggi Papa Francesco. Egli, premette che la Chiesa è stata sempre occupata nel sociale, come dimostrano, in Argentina, i religiosi d’ogni ordine e che, dapprincipio, la Chiesa non si scontrò col presidente Peron in quanto lui utilizzò non poche tesi della dottrina sociale ecclesiastica e uno che gli procurò “questi elementi” fu monsignor De Carlo.  Egli cooperò tanto che il governo edificò, in suo onore, un seminario nella piazza principale di Resistencia; per giunta, allorché il Peron vi si recava, parlava al popolo da uno dei balconi dell’edificio. Il Bergoglio dice pure che il De Carlo “veniva guardato un po’ storto”, e accusato “di essere troppo coinvolto nella nuova politica”; però, era “un grande pastore” e sosteneva “di non aver mai negoziato la sua coscienza, ed è vero”. A tal proposito, in una delle visite a Resistencia, il Peron dichiarò alla gente di voler delucidare un equivoco: non era vero che  monsignor De Carlo fosse “peronista”, in quanto era Peron ad essere “De Carlista”.

Il Quarracino riferisce che Nicola de Carlo era un simpatizzante peronista e un “pastore eccellente”, comunque le due cose non avevano  nulla a che vedere tra loro.

Il Càmara e il Plaffen riportano, a conferma, quanto sostenuto dal Bergoglio e, in merito al citato equivoco, aggiungono che il De Carlo aveva, si, aiutato Peròn, ma “con la Dottrina sociale della Chiesa”.

Insomma, l’autore ha riepilogato che i giudizi impliciti ed espliciti e i commenti, esposti, “inquadrano, “a sufficienza e nella giusta luce, la spontanea, umana, magnifica opera religiosa, sociale e, sotto certi aspetti, politica svolta dal pastore, figlio di Pietraroia, Nicola De Carlo, vissuto in un periodo non facile, in un territorio non del tutto ospitale, fra tanta gente bisognosa, e non poco, di aiuto materiale e spirituale”. Fin qui, la seconda parte.

Per quanto attiene, invece, alla presentazione l’autore ha concluso: “Buona parte di quanto ho fino ad oggi appreso sulla storia di Pietraroia  mi ha indotto a pensare che, forse, non sarebbe inopportuno se in paese, oltre a 15 vie con nomi differenti, è vero, ma con 18 tra vicoli e traverse del loro stesso nome, vi fossero o altre strade o, almeno, un vicolo, una traversa, una fontana, una scalinata pubblica, antica e recente, un’area geologica e una cava dismessa, dedicate, con nome, cognome, date e motivazione, a quanti con opere o anche con scritti, hanno, amorevolmente, onorato e procurato rinomanza al loro paese nativo, Pietraroia.

Suggerimento, questo, da prendere in considerazione, secondo la professoressa Falcigno.

__________

1- R. Di Lello, Il vescovo Nicola De Carlo da Pietraroia nella considerazione di Orione, Peron, Bergoglio e altre personalità, Pro Loco Pietraroja, 2018. (Foto, da D. Falcigno, Pro Loco Pietraroja, 2008).  2- Cfr. Id., ibid., pass.                       

 

 

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