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RUBRICHE- IL DIRITTO DEL MINORE AD ESSERE ASCOLTATO

 Gentile Avvocato,

mi piacerebbe avere chiarezza sull’istituto dell’audizione del minore nell’ambito di un giudizio di separazione. In particolar modo, mi interesserebbe conoscere le condizioni affinché il minore possa essere ascoltato dinanzi ad un giudice. La ringrazio.

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 *di Chiara Valeria Schafli |Allorquando un minore si ritrova a vivere in un contesto familiare fortemente conflittuale, di certo, non lo si può privare del diritto di esprimere le proprie idee ed esigenze. Un diritto, infatti, quello all’ascolto che consente al fanciullo di dar forza alle proprie parole attraverso un’effettiva partecipazione nel giudizio che lo vedrebbe destinatario del provvedimento da emettere.Ed ecco che il nostro ordinamento, procedendo sulla scia dei pregressi interventi in materia a livello internazionale (Convenzione di New York nonché Convenzione di Strasburgo), ha espressamente inteso cristallizzare l’istituto dell’audizione del minore; istituto questo volto a riconoscere il diritto del fanciullo ad essere ascoltato nei procedimenti nei quali sono adottati provvedimenti ad esso destinati, salvo il caso in cui ciò sia in “contrasto” con il suo interesse o “manifestamente superfluo” (art. 336 bis del codice civile) alla luce delle circostanze del caso concreto.A ben vedere, ci si trova dinanzi non ad una mera facoltà ma ad un vero e proprio obbligo, essendo l’ascolto previsto in tutti i procedimenti che possono riguardare il minore (a titolo esemplificativo ma non di certo esaustivo: quello di affidamento ai genitori; nei procedimenti di revisione delle condizioni di separazione dei genitori), purché lo stesso abbia compiuto il dodicesimo anno di età o, se prima,  sia dotato di capacità di discernimento. Capacità, quest’ultima, intesa come indice di maturità del minore che, pur infradodicenne, è ugualmente capace di comprendere ciò che gli è utile e di effettuare scelte autonome.In ogni caso, pur trovandoci dinanzi ad un istituto finalizzato a dar spazio al minore, è pur vero che essendo esso volto a garantire il preminente interesse dello stesso minore, non può rendere il giudice un mero attuatore delle volontà espresse in sede di audizione. Il tutto con la ovvia conseguenza che l’Autorità procedente, disposto l’ascolto, può disattendere quanto in esso esposto dal ragazzo, fermo l’obbligo di una adeguata e rigida motivazione.

Ordunque, evidente come la fattispecie de quo, rappresentando uno strumento di valorizzazione del punto di vista del minore in prospettiva della decisione che lo concerne, imponga, nella sua concreta attuazione, cautele e modalità tali da evitare interferenze ovvero condizionamenti che possano impedire una libera espressione del volere.Circostanze tutte queste chiarite, di recente, anche dalla stessa Corte di Cassazione la quale, con l’ordinanza del 24 maggio 2018, è tornata ad occuparsi del diritto in analisi, soffermandosi, in particolar modo, sulle concrete modalità di attuazione dell’ascolto. Più specificamente, gli Ermellini, partendo da una vicenda originata nell’ambito di un giudizio di separazione, premesse le evidenti differenze tra l’ascolto de quo e la più ampia consulenza tecnica disposta da un perito (nella specie, finalizzata, per contro, ad un’analisi in toto del’intero contesto familiare), hanno rappresentato come, di fatto, solo l’audizione, intesa quale ascolto diretto del fanciullo, consenta di dar vita ad una relazione tendenzialmente interattiva tra lo stesso e l’organo giudicante. Uno scambio dinamico, a ben vedere, che così procedendo pone il giudice in condizione di valutare e carpire le intenzioni più profonde del minore, di cogliere l’effettiva autenticità e genuinità di quanto espresso e di decidere sulla scia delle relative risultanze.Un istituto, dunque, che trova la sua ratio nel voler far emergere, nell’ambito delle più ampie dinamiche processuali, anche una figura come quella del minore, talvolta, destinata ad essere un mero spettatore di vicende familiari che, invece, fortemente lo coinvolgono. In ogni caso, pur trovandoci dinanzi ad un  obbligo giuridicamente imposto è pur vero che ciascun genitore, ancor prima di adire un autorità giudiziaria, dovrebbe, forse, non trascurare il proprio dovere di prestare ascolto ad un figlio e di rendere le proprio scelte, ove confacente ad una crescita sana ed equilibrata dello stesso,  espressione anche del volere e dei desiderata dei propri figli.

 

*Chiara Valeria Schafli Avvocato, laureata a pieni voti in Giurisprudenza presso la “Luiss Guido Carli” con una tesi in Diritto Privato, titolata “La donazione indiretta e l’azione di riduzione”. Collabora da anni con diversi studi legali, da sempre prediligendo il ramo civilistico del diritto ed affrontando con grande passione sopratutto le tematiche connesse al diritto di famiglia ed alla tutela dei minori nonchè gli aspetti inerenti la contrattualistica nazionale ed internazionale.

 

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