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RUBRICHE- IL DISTURBO SCHIZOAFFETTIVO

Antonio Cantelmo * | La caratteristica essenziale del disturbo schizoaffettivo è un periodo ininterrotto di malattia durante il quale, in un certo momento, vi è un episodio depressivo maggiore, maniacale o misto concomitante a sintomi che depongono per la schizofrenia. In aggiunta, durante lo stesso periodo di malattia, vi sono stati deliri o allucinazioni per almeno due settimane in assenza di sintomi dell’umore rilevanti. Infine, i sintomi dell’umore sono presenti per un periodo considerevole della durata totale della malattia. I sintomi non sono dovuti agli effetti fisiologici diretti di una sostanza  (cocaina) o a una condizione medica generale (ipertiroidismo o epilessia del lobo temporale). Per soddisfare i criteri per il disturbo schizoaffettivo, le manifestazioni essenziali devono verificarsi durante un singolo episodio ininterrotto di malattia. La frase “periodo di malattia” come viene usata qui si riferisce a un periodo di tempo durante il quale il soggetto continua a mostrare sintomi attivi o residui della malattia psicotica. Per certi soggetti, tale periodo di malattia può durare mesi, anni o persino decenni… Si considera finito un periodo di malattia quando il soggetto si è completamente ristabilito per un intervallo significativo di tempo e non dimostra più alcun sintomo significativo del disturbo. La fase della malattia con sintomi concomitanti psicotici e dell’umore è caratterizzata dal fatto che risultano soddisfatti sia i criteri per la fase attiva della schizofrenia sia quelli per un periodo depressivo maggiore, un episodio maniacale o un episodio misto. La durata dell’episodio depressivo maggiore deve essere almeno di due settimane; la durata dell’episodio maniacale o misto deve essere almeno di una settimana; la durata minima di un episodio schizoaffettivo è di un mese. Una caratteristica essenziale di un episodio depressivo maggiore è la presenza di depressione del tono dell’umore o di rilevante diminuzione dell’interesse o del piacere. Dal momento che la perdita di interesse o di piacere è cosi comune nei disturbi psicotici non affettivi, l’episodio depressivo maggiore deve includere una depressione pervasiva dell’umore (cioè, non è sufficiente la presenza di una diminuzione marcata dell’interesse o del piacere). La fase della malattia con sintomi psicotici da soli è caratterizzata da deliri o allucinazioni che durano almeno due settimane. Benché certi sintomi dell’umore possono essere presenti durante questa fase, essi non sono eccessivamente rilevanti. Questa determinazione può essere difficile e può richiedere un’osservazione longitudinale e il ricorso a più fonti di informazione.  I sintomi del disturbo schizoaffettivo possono manifestarsi secondo una varietà di modalità temporale. La seguente è una modalità tipica: un soggetto può presentare importanti allucinazioni uditive e deliri di persecuzione per due mesi prima dell’insorgenza di un rilevante episodio depressivo maggiore. Successivamente i sintomi psicotici e i sintomi pieni dell’episodio depressivo maggiore sono presenti per circa tre mesi. Poi il soggetto si riprende completamente dall’episodio depressivo maggiore, ma i sintomi psicotici persistono per un altro mese prima di scomparire a loro volta. Il periodo totale di malattia è durato circa sei mesi, con sintomi psicotici presenti da soli durante i primi due mesi, con entrambi i sintomi depressivi e psicotici presenti nei successivi tre mesi. In questo caso, la durata dell’episodio depressivo non è stata breve relativamente alla durata totale del disturbo psicotico, e cosi il quadro clinico giustifica una diagnosi di disturbo schizoaffettivo. I sintomi riguardanti l’umore che soddisfano i criteri per un episodio di alterazione dell’umore devono essere presenti per una parte considerevole dell’intero periodo di malattia. Se i sintomi riguardanti l’umore sono presenti soltanto per un periodo di tempo relativamente breve, la diagnosi è di schizofrenia, non di disturbo schizoaffettivo. Nella valutazione di questo criterio, il clinico dovrebbe determinare la porzione di tempo durante il periodo continuo di malattia psicotica (cioè il periodo durante il quale sono presenti entrambi i sintomi attivi e residui), nella quale vi erano significativi sintomi relativi all’umore che accompagnavano i sintomi psicotici. Inoltre, sono da considerare due sottotipi del disturbo schizoaffettivo sulla base delle caratteristiche dell’alterazione dell’umore: a) il tipo bipolare , che si applica se un episodio maniacale o misto è parte del quadro o possono anche verificarsi episodi depressivi maggiori; il tipo depressivo , che si applica se sono parte del quadro soltanto episodi depressivi maggiori. Associati al disturbo schizoaffettivo vi possono essere: riduzione del funzionamento lavorativo, riduzione dei contatti sociali, trascuratezza nella cura di sé e aumentato rischio di suicidio. I sintomi residui e negativi sono generalmente meno gravi e meno cronici di quelli osservati nella schizofrenia. I soggetti con disturbo scizoaffettivo possono presentare un aumento del rischio per lo sviluppo successivo di un disturbo dell’umore puro ( ad es. disturbo depressivo maggiore o bipolare), di schizofrenia o di un disturbo schizofreniforme; vi possono essere associati disturbi correlati all’alcol, a sostanze stupefacenti o inebrianti: Il disturbo schizoaffettivo bipolare può essere più comune nei giovani adulti, mentre quello depressivo, può essere più comune negli adulti più anziani. In confronto alla schizofrenia, il disturbo schizoaffettivo probabilmente ricorre con maggiore frequenza nelle donne. Mancano informazioni dettagliate, ma il disturbo schizoaffettivo sembra essere meno comune della schizofrenia. L’età tipica di insorgenza del disturbo schizoaffettivo è probabilmente l’inizio dell’età adulta, benché l’insorgenza possa verificarsi in qualunque momento della vita, dall’adolescenza alle fasi più avanzate. La prognosi del disturbo schizoaffettivo è alquanto migliore della prognosi della schizofrenia, ma considerevolmente peggiore dei disturbi dell’umore. Non è comune una consistente disfunzione lavorativa o sociale. L’esito del disturbo schizoaffettivo di tipo bipolare, può essere migliore di quello del disturbo scizoaffettivo di tipo depressivo. Vi sono dati consistenti riguardo un aumento di rischio per schizofrenia nei parenti biologici di primo grado di soggetti con disturbo schizoaffettivo. Infine la maggior parte degli studi dimostrano anche che i parenti dei soggetti con disturbo schizoaffettivo hanno un aumento di rischio per i disturbi dell’umore.

*Dott. Antonio Cantelmo: Medico-Chirurgo, Specialista in Psicologia Clinica e Psichiatria, Dirigente Medico UOC Medicina Generale e Pronto Soccorso ASL Caserta, Socio della Società Italiana di Psichiatria – Pratella (CE) – 0823/783600 – 330/659140 – antonio.cantelmo@libero.it 

Informazioni su Lorenzo Applauso ()
Iscritto all'ordine nazionale dei giornalisti, già direttore della testata giornalistica italianews24.net e attualmente alla direzione di Casertasera.it. Collaboratore di numerose testate nazionali e locali.

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