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LA SINTOMATOLOGIA SCHIZOFRENICA E LA “MORTE” PSICHICA

Antonio Cantelmo*|  Si può parlare d’esordio di  una sintomatologia schizofrenica allorquando la modalità d’essere con sé stessi e con il proprio ambito sociale e culturale si altera a tal punto da segnare il passaggio da una personalità in difficoltà ad una condizione esistenziale del tutto “nuova” rispetto ai “normali” parametri di comunicazione sociale, sin da sembrare “folle”. La conseguente modificazione della personalità può, a ragione, essere considerata come un presagio di “morte” psichica. Può segnare , infatti il trapasso da uno stile di vita ancora aperto al dialogo ad un altro impegnato sull’apparente incomprensibilità ed estraneità. Benché non si voglia assolutamente riconoscere  il ruolo dell’ereditarietà e delle alterazioni biochimiche, ben consapevoli che probabilmente solo un approccio multifattoriale consentirà di trovare “forse” la genesi delle psicosi schizofreniche, si ritiene fondamentale per cogliere questo possibile sconvolgimento psichico, nella sua più autentica dimensione umana, rifarsi agli apparati psicodinamici in materia.  Freud intese la schizofrenia come una nevrosi “narcisistica” non suscettibile di trattamento psicoanalitico poiché caratterizzata dal ritiro della libido e dalla regressione dello stadio autoerotico, in cui l’Io non si è ancora differenziato dal mondo esterno.  Per Freud le allucinazioni possono essere interpretabili come il riaffiorare di esperienze infantili “rimosse” e il delirio come un tentativo di restaurazione patologica con la realtà, utilizzando meccanismi proiettivi ed elaborando gli impulsi omosessuali. K. G. Jung invocò per la schizofrenia uno smarrimento dell’Io e dei valori che lo legano alla realtà, per calarsi negli abissi primitivi dell’inconscio, dominati da passioni, paure, drammi e conflitti dell’umanità. Dice Jung: lasciamo che il sognatore cammini ed agisca come uno sveglio ed abbiamo il quadro clinico della demenza precoce. Per Hartmann nella schizofrenia è determinante la debolezza congenita o acquisita  della struttura dell’Io, intesa come sintesi di filtri tra mondo esterno ed interno e tra l’Io corporeo e l’Io mentale. Il venir meno delle capacità  dell’Io di rispettare i confini da cui dipende l’esperienza soggettiva dell’interiorità e dell’esteriorità dei contenuti psichici,  fa si che il materiale proveniente dal polo pulsionale e quello dal mondo esterno si mescolino: i contenuti interiori sono percepiti come esteriori e viceversa L’Es (voce interiore dell’animo umano: Eros-Thanatos) invade e domina l’Io. M. Klein, nei suoi studi, afferma che la schizofrenia nascerebbe dall’impossibilità di superare la posizione depressiva per mancata risoluzione di quella schizoparanoide, a cui il soggetto è costretto a regredire per disposizione individuale e/o costituzionale. Con la regressione alla posizione schizoparanoide, necessaria a fronteggiare l’angoscia psicotica, si ha una riedizione di meccanismi arcaici difensivi, quali l’identificazione proiettiva e introitava, la scissione e la negazione. La modalità d’inizio è, talvolta, subdola e perversa: il soggetto, in genere tra i 16 e i 25 anni, inizia a trascurare le normali attività di studio e di lavoro, spesso adducendo delle lamentele somatiche (cefalea, astenia, svogliatezza difficoltà di concentrazione).  Interessi del tutto nuovi, tematiche mistiche e pseudoscientifiche prendono caoticamente il posto di quelle abituali. Indipendentemente dalle modalità di esordio, acquista una rilevante importanza la presa di posizione che il soggetto assume nei confronti del pauroso e mortifero mutamento esistenziale che sta sconvolgendo il suo Io. Ora “l’entrata” nella schizofrenia comporta una trasformazione nel mondo esistenziale dell’individuo, oltre ad una modalità completamente diversa di esperirsi e di esperire il mondo. Trattasi di un’esperienza soggettiva terribile e minacciosa: il soggetto avverte che qualcosa di oscuro e di indefinibile sta per accadere. Un mutamento è nell’atmosfera, un senso di vuoto, un’angoscia profonda ed arcana lo pervadono ed egli rimane fortemente confuso e travolto dallo stesso e dalla perdita graduale ed irreversibile di familiarità dell’ambiente e delle cose. In stretto rapporto con lo stato d’animo delirante si ritrova di sovente, poi, l’esperienza della fine del mondo. In essa tutto assume un carattere estraneo, enigmatico, rigido,  in un incubo di incantesimo maligno, in una quarta dimensione difficilmente rappresentabile e comprensibile, in una mistica atmosfera da “ Venerdì Santo”: è il crepuscolo ed il crollo degli dei. E’ questa la distinzione della propria esistenza che viene vissuta come distruzione del senso della vita e del mondo. Talvolta il soggetto cerca di esorcizzare tale esperienza come un’inevitabile necessità per un processo di riscatto e di rinascita. Una nuova fede, nuovi valori si impossessano di lui, che si sente al centro di un’opera di rinnovamento e di riedificazione del nuovo mondo sulle macerie di quello precedente: da qui nasce il delirio mistico.

“Siate folli, ma comportatevi da persone normali” (Paolo Choelo: Rio de Janero -1947) .

 *Dott. Antonio Cantelmo: Medico-Chirurgo, Specialista in Psicologia Clinica e Psichiatria, Dirigente Medico UOC Medicina Generale e Pronto Soccorso, Socio della Società Italiana di Psichiatria – Pratella (CE) – 0823/783600 – 330/659140 – antonio.cantelmo@libero.it

 

 

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