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LA MORTE: IL “SENSO” DELLA VITA…

|Antonio Cantelmo *|I concetti di vita e di morte rappresentano l’essenza sublimale di quella importante dicotomia che ha interessato nel corso dei secoli vari ambiti culturali quali quelli della filosofia, della religione, della psicologia, delle scienze sociologiche nonché più in generale delle arti esoteriche, magiche, alchemiche e cosi via. Sono concetti talmente tanto profondi che difficilmente si manifestano nella loro reale essenza, concetti che per la loro peculiare natura è necessario saperli osservare da spettatore terzo e non da personaggio principale. Jung come Freud, ci ha insegnato più volte come i nostri sogni, rappresentazioni simboliche del nostro inconscio, ad esempio per essere interpretati, debbono essere considerati come il palcoscenico di un grande teatro psichico dove il soggetto è chiamato ad osservare le dinamiche simbolo-mitologiche in una situazione terza ovvero da spettatore. Solo cosi lo spettatore potrà assurgere alla verità simbolica del proprio sogno ed accedere cosi alla via regia dell’anima. La nostra umanità è da sempre portata a fornire costantemente delle risposte sul vero significato di vita e di morte, ma sono risposte che poi di fatto risultano “contaminate”, perche sono risposte ingabbiate in imponenti incrostazioni culturali che hanno invaso nel corso del tempo le nostre menti e le nostre anime. I concetti di vita e di morte, come tutti i più grandi concetti dicotomici, sono dualismi che hanno dato luce a grandi pensieri filosofico-religiosi cosi proprio come accadde con i concetti di anima e di corpo che interessarono tanti illustri cultori, da Platone a Hilmann, ma nell’ambito dei quali nessuno mai è riuscito ad accertare la verità assoluta. D’altra parte quando si parla di verità assoluta si fa riferimento al più generale concetto di utopia, ovvero di quel luogo che non esiste, quel non-luogo, dove la ricerca delle cose e del vero significato di esse spetta solo all’universalità culturale delle cose stesse, nell’ambito del quale il puro significato è nascosto nella fantasia immaginifica di ognuno di noi che istintivamente tende alla totalità ugualitaria.  La morte va detto, fa parte della vita, nel senso che ne è un aspetto fondamentale, imprescindibile. La morte da addirittura significato alla vita, poiché una vita senza morte non sarebbe umana o terrestre, non apparterrebbe neppure all’universo. Nell’universo invece tutto ha un inizio e una fine. Combattere la morte, ritardarla artificialmente o intervenire su di essa, significherebbe andare a modificare il concetto di vita,  significherebbe impedire all’uroboro (un drago che si morde la coda formando un cerchio senza inizio né fine) di simboleggiare la natura ciclica delle cose, l’eterno ritorno. Morire quindi,tagliare per sempre con il proprio passato, trasformarsi radicalmente, equivarrebbe a rompere quel ciclo perpetuo che vizia il destino dell’uomo, una rottura che aprirebbe pericolosamente la via di accesso ad un nuovo tempo rettilineo, proiettato verso l’infinito e infinitamente diverso da sé, un tempo che si dirigerebbe contro la vita e al di fuori della logica realtà. La morte rappresenta la fine di un ciclo vitale ma anche  “l’inizio” assoluto e primordiale dell’esistenza. Dalla trasformazione di un metallo nasce un altro metallo, un’altra materia e dalla morte di un’anima “prende” corpo una nuova visione delle cose. E’ un dualismo che dualismo non è perché vita è morte sono un’unica cosa, un concetto filosofico ed univoco di esistenza. Laddove l’esistenza venga in qualche modo intaccata, i concetti di vita e di morte perderebbero il loro profondo significato. Nella loro lontana cultura mitologica infatti, cultura a cui noi ci volgiamo per comprendere meglio i personaggi che popolano il nostro teatro psichico, la morte non fa parte di quella natura ciclica, perché tutto è vita e tutto ciò che è “divino e assoluto” diviene immortale. E’ la luce divina che “non incontra” mai la loro stessa ombra e la loro profonda oscurità. Per questo motivo nel corso dei secoli si è sempre fatto riferimento alla nota “patoligizzazione” delle nostre malattie dell’anima. Voler vivere a tutti i costi è non meno innaturale che voler morire a tutti i costi. Voler vivere da eroi è non meno alienante che voler morire da martiri. La vita e la morte sono aspetti naturali che andrebbero vissuti in maniera naturale, secondo le leggi della natura senza accanimenti di sorta. E nella natura la morte, in realtà, non esiste se non come forma di passaggio. La morte è l’anticamera di una “nuova vita”. Tutto è trasformazione. Vita e morte fanno parte di un immane processo di trasformazione, di cui non vediamo né l’inizio né la fine. La consapevolezza di questo dovrebbe portarci a relativizzare le questioni personali, i limiti soggettivi. Ognuno di noi fa parte di una specie particolare e al tempo stesso universale: il genere umano. Ciò che conta in realtà non è né la vita né la morte, ma la dignità dell’essere umano, l’essenza della sua umanità. Vita e morte coincidono quando è in gioco la difesa del valore del senso di umanità. Tra vita e morte, dal punto di vista fisico, non c’è alcuna differenza. La morte non è altro che la modalità del passaggio da una forma di vita a un’altra. Essere attaccati ad una forma di vita in modo da precludersi l’interesse per l’altra forma è segno di follia. : Come d’altra parte il contrario. Disprezzare questa forma terrena di vita in nome di una forma che ancora non si può vivere, è segno d’immaturità. Tutelare il diritto alla vita al punto da negare quello alla morte è indice di visione ideologica delle cose ma non certamente risponde a quel concetto di verità assoluta. La vita di per sé non è un valore, ma una condizione in cui il valore può essere vissuto. Non si può tutelare una forma a prescindere dal suo contenuto, altrimenti si rischia di fare della forma un contenuto equivalente, anzi alternativo. Vivere o morire sarebbero la stessa cosa, poiché entrambe potrebbero pretendere un’assoluta esclusiva. Invece, se c’è una forma che non può avere nessun contenuto, questa è proprio la morte. La morte è una forma destinata a rimanere priva di contenuto, una condizione in cui il valore non può essere vissuto in alcun modo. L’unico valore che la morte possiede è quello che noi le attribuiamo in rapporto alla vita, quel valore però imprescindibile e necessario al ciclo esistenziale. Anche Eraclito (535 A.C.) filosofeggiò su questo grande dualismo sancendo la legge sugli opposti, la famosa “Enantiodromia” (il gioco degli opposti), laddove tutti siamo portati a tornare  nel nostro opposto. La morte deve tornare alla vita e la vita deve terminare con la morte. Un accanimento ideologico e interventista sul valore della natura ciclica delle cose, significherebbe andare contro una legge universale, e si perderebbe di vista ciò che invece ha carattere di assolutezza filosofica. La dignità umana. In questo periodo è sempre di attualità il tema dell’eutanasia, del valore della vita e della morte, di quello che è etica e quello che è morale, un turbinio di discussioni e proposte di leggi che travalicano il valore universale dell’uroboro.     E’ la natura che lo crea, ed è la natura che ha il diritto di intervenire su di esso, perché è un intervento che tende ad un fine, è un intervento che risponde non alla legge dell’uomo ma a quella più geniale della natura stessa. Vita e morte, come già ampiamente detto, sono concetti opposti, dualistici, ma con valori profondamente diversi e con dei limiti universali che sono e saranno sempre invalicabili.

Dott. Antonio Cantelmo: Medico-Chirurgo, Specialista in Psicologia Clinica e Psichiatria, Dirigente Medico UOC Medicina Generale e Pronto Soccorso ASL Caserta, Socio della Società Italiana di Psichiatria – Pratella (CE ) – 0823/783600 – 330/659140 – antonio.cantelmo@libero.it

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