“ERETICI” NELLE DIOCESI LIMITROFE DI ALIFE, TELESE E CAIAZZO DURANTE IL MEDIOEVO

ROSARIO DI LELLO|Alla luce di notizie purtroppo concise, per lo più citate nel testo e in buona parte pubblicate da ecclesiastici locali evidenziati in nota, accennerò, non per l’esperto è ovvio, all’eresia durante il Medioevo nelle diocesi di Alife, Telese e Caiazzo, limitrofe e con brani di storia in comune.

Tutti sanno –e giova di volta in volta  tenerlo a mente, per quanto riguarda nello specifico il tema– che già agli inizi del cristianesimo eresia venne considerata una  opinione o una dottrina non conforme – e perciò contraria– al magistero della Chiesa cattolica e che, in seguito, le eresie non furono soltanto teoriche, teologiche o filosofiche ma si trattò pure di reazioni a base popolare, non di rado a carattere sovversivo come l’iconoclastia e l’invito a non pagare tasse. Insomma,  l’eresia, quale fenomeno di massa ad opera di varie correnti e perciò in diverse maniere, ebbe notevole sviluppo in Europa verso l’anno Mille; in tale modo e quale causa di sovvertimento politico e sociale (1), oltre che religioso, risultò aver raggiunto, nel ‘200, il mezzogiorno d’Italia.

Va rilevato, peraltro, che, secoli prima, i Longobardi avevano introdotto, con l’occupazione, anche nei detti territori la “idolatria“ e “altre indegnità che superstitiosamente” –e, mi si passi il temine: in massa– praticavano. Senonché, negli anni Sessanta del 600 e per merito di san Barbato, nato nel vescovado di Telese, quei conquistatori “abiurarono l’eresia ariana ed abbracciarono la religione cattolica”; anzi, “diventati altamente pii” donarono, “per la redenzione dell’anima“ loro e di loro cari, non poco alla Chiesa e ai cenobi benedettini (2). Poi vennero i Normanni che regnarono dal 1120, e dopo di loro, dal 1194, gli Svevi.

Intanto, la Chiesa, non indifferente all’espandersi –come sopra s’è detto– di gruppi eretici, aveva ripreso a vigilare e a reprimere, con l’appoggio, talvolta, del potere  secolare (3). Per giunta, nella prima metà del ‘200, re Federico II, lo svevo, decretò, inquisizioni e pene temporali a carico degli eterodossi e volle che, “presi dai vescovi”, venissero bruciati vivi sul rogo o privati della lingua. In più, ritenendoli nemici della società, nelle Costituzioni del Regno di Sicilia ordinò ai suoi ufficiali di usare il massimo rigore, di investigare su di loro pure se non ci fosse stata denunzia e finanche sulla base di sospetti lievi, di annoverarne la dottrina “tra gli altri crimini pubblici” e di giudicarla più orribile della lesa maestà. Perfino “alla gente di chiesa e ai prelati” comandò “di esaminare” se vi fosse stata offesa anche contro un solo articolo della religione (4); e dire –per inciso– che Dante, concorde con la tradizione, collocherà Federico, anche lui scomunicato, all’Inferno, nel decimo cerchio, proprio  tra gli eretici e tale non si astennero dal reputarlo pontefici suoi avversari (5)

Comunque, per la diocesi  di Telese, il vescovo Pietro prese parte al concilio lateranense celebrato a Roma, “con grandissima solennità” nel 1179, “ove si provvide con molta saviezza allo stabilimento di molti importantissimi punti di ecclesiastica disciplina” e “fu chiusa la porta […] agli scismi che fino a quel tempo avevano desolato e turbato la Santa Sede” (6).

Nella diocesi di Caiazzo, al contrario, un prelato, “Guglielmo , nobile Caiatino […] incolpato di simonia insieme al Vescovo Vastano, era stato espulso nel 1166” e Contro il vescovo “Almondo Caiatino […] nell’ottobre del 1239 Federico II ordinò […] una severa inquisizione” perché “imputato di aver usurpato alcuni diritti della Curia imperiale sopra uomini, possessioni e altri beni”; nondimeno, il presule, “risultato innocente, fu lasciato nel pieno possesso dei suoi diritti” (7).

Nell’ Alifano, si distinse, tra eventuali protestanti, “un tale, Pietro di nome, della città d’Alife”: Tommaso da Celano, Bonaventura da Bagnoregio e il titolo di un dipinto nella basilica superiore di San Francesco in Assisi, dicono che aveva udito –nell’Alifano ?– miscredenti “latrare molto” contro Francesco e, accusato pure lui di settarismo, imprigionato a Roma e liberato in seguito ad un prodigio del Santo, venne poi raffigurato nell’ affresco (8). Fu egli, è verosimile, l’ anonimo vescovo che, non più tale perché scomunicato come Diopoldo conte di Alife, suo probabile sostenitore, aveva retto la diocesi dalla morte del predecessore, Landolfo, al 1217 (9).

 Né mancarono eretici nella seconda metà del secolo. Dal Registro Angioino, si ricavano due diplomi. In uno, del 30 maggio1269, re Carlo d’Angiò aveva scritto a conti, marchesi, baroni, podestà, consoli e a chiunque avesse potere e giurisdizione nel regno, esortandoli a prestare aiuto e sicurezza ai frati Domenicani o Predicatori venuti di Francia in Italia per investigare sugli eterodossi. Nel secondo, del 12 agosto 1269, s’era  rivolto ai giustizieri, ai balivi, ai giudici, ai maestri giurati e ad altri ufficiali, del Regno di Sicilia, annunziando che frate Benvenuto, l’inquisitore, avrebbe mandato due sue persone di fiducia “a prendere“ alcuni protestanti che dimoravano in esso; tra numerosi settari stanno elencati “Raimondo di Napoli […]” e, al di qua e al di là del Matese, “Matteo Giovanni Golie, Giovanni e Giovanna suoi figli, Soriana, Matteo Maratono, Gemma sua donna, Binago di Alifia, maestro Matteo di Venafro, Nicola fratello di Jacobo, Maria madre sua di Boiano, Guglielmo d’Isernia, Sergio, Margarita sua moglie di San Massimo, […] Benvenuto Jazeo e sua moglie che dimora presso San Martino, e stavano in Alifia” (10). Indicative risultano: la precisazione di donna e moglie, la presenza di persone singole e di nuclei familiari, tra gli indagati nonché, per il non esiguo numero degli alifani, la singolarità che, sarà stato un caso, vescovo di Alife in quegli anni era fra Romano, dell’Ordine dei Predicatori (11).

Per quanto accadde in seguito, sembra opportuno tener presente che “nel secolo XV” –quando non da prima e un po’ dappertutto– l’Inquisizione –e non soltanto–  “ebbe poc’ altro che a perseguitare”, anziché soltanto i miscredenti, anche  “maliardi e superstiziosi” (12), bestemmiatori, finti preti, pornografi, rei di peccati sessuali, bigami, falsificatori di documenti ecclesiastici, adescatori in confessione (13), infedeli alle massime autorità, simoniaci, tutti assimilati agli eretici.

E fu così che, nel 1310, Re Roberto mandò in esilio il conte di Telese, Bartolomeo Siginulfo e ne confiscò i feudi, “per fatti di cronaca poco pulita” (14) e perché era stato incriminato, “tra l’altro di rapporti adulteri” e di tentato omicidio (15). Nel  1324, Tommaso, prelato di Caiazzo, subì un giudizio, “per mancanza di fedeltà al Sovrano”, ma  l’anno dopo il processo fu dichiarato nullo; nel 1378, frate Francesco, altro vescovo, fu privato della diocesi perché “seguace dell’antipapa Clemente VII” (16). Nel 1384 Sveva Sanseverino signora di Piedimonte vi chiamò i frati Predicatori e “risolse dar mano ad un’altra opera […] con promuovere la riforma della Disciplina del Clero secolare” (17)

Durante il regno degli Aragona, Statuti locali, trascritti nel ‘400 e all’inizio del ‘500, a Caiazzo, Piedimonte, Alvignano e ad Alife punivano, addirittura col primo capitolo, i “blasfemi”; a Caiazzo, condannavano pure quelle donne che –quasi ad evocare le mitologiche Parche del malaugurio– fossero andate a filare col fuso nel centro cittadino e quanti vi avessero commesso turpitudini; nello Statuto di Telese, il nome “Hiesus”, soltanto, ma emblematico, precedeva l’intestazione; in quello di Alvignano, dopo la sigla: I(n) N(ome) D.(di Dio), la prima pagina aveva inizio con l’ invocazione: “La Vergine Maria aiuti e accompagni noi” (18).

Eppure, nella diocesi di Alife, la “Disciplina del clero secolare […] trovavasi assai decadente”; certi preti, infatti, oltre ad esercitare “simonie”, erano rissosi, “attendevano a giochi, a taverne e ad altre opere illecite”,  praticavano il “concubinato”, litigavano talvolta “con effusione di sangue”, giocavano a dadi, ingiuriavano, ballavano in pubblico, ragion per cui “tutto il popolo stava molto  mal disposto e se non fosse stato per riverenza di Dio, e per timore dei signori temporali, contro di loro si sarebbe scagliato” (19). Nelle cause attinenti a questioni ecclesiastiche, non furono poche, le condanne per eterodossia, le scomuniche e le carcerazioni, né pochi i conflitti di competenza tra la corte vescovile e quella secolare (20).

Nel vescovado telesino l’ammirevole cenobio di San Salvatore seguì la triste sorte di analoghi luoghi di culto: “col volger degli anni la disciplina tra i frati venne a rilasciarsi e […] rese i monasteri benedettini tante pietre di scandalo fra i popoli, […] case religiose dell’Ordine di S. Benedetto vennero a finire” e la comunità di San Salvatore, “innanzi numerosa”, nel 1477 “era ridotta appena all’Abate e ad un frate”  (21). Ma v’è dell’altro: in quegli anni, “li Preti vivevano con molta libertà perciocché non era lor vietato esercitarsi nell’agricoltura, et usare altre faccende a guisa dei secolari: nutrivano la carna et radevano la barba, et a lor agio ballavano con donne nei tempi estivi, e erano lor permessi comici scherzi, et di ogni altro genere” (22)..

Nel Caiatino, “Il popolo della Città fu sempre cattolico, né se ricorda che pur uno fosse deviato dalla sua fede, né dalli precetti di santa Chiesa, et s’alcuno vi fusse stato di qualche licenza più imprudente, che impia et infedele, fu sempre talmente dal popolo notato, che non gli si poté mai cancellare l’opinione concetta di eresia, et nondimeno è pur vero che la Chiesa di Caiazzo non partorisse mai ne tollerasse errore veruno […]”. Ma venne altresì  relazionato: “Li preti Curati […] sono atti a conservar un’anima in stato di salute ma negletti alcuni di quelli della Diocese per il vitio d’avarizia, che regna tra loro, che più li tira alla mercatura che alla salute del suo Popolo, di che frequentemente se moniscono, et alcune volte se puniscono” (23). Inoltre, ancora per consuetudine e a rischio di scomunica, nel giorno di Sabato Santo donne sottraevano dal fonte battesimale l’acqua in cui erano stati sparsi gli olii sacramentali e un laico, “aperta la capsula” aveva trafugato l’olio sacro per abusarne “in divinazioni e incantesimi”; per quanto, poi, il popolo risultasse del tutto alieno non solo da ogni macchia ma proprio dal sospetto di eresia, erano stati rinvenuti processi, alcuni a motivo d’inquisizione, con altri circa cose toccanti la santa fede, riconducibili due, di certo, al ‘500 (24) e qualcuno, forse, al Medioevo.

Tutto ciò  lascia intendere, in breve, che il modo di pensare, credere ed operare  fosse, per certi aspetti, non del tutto differente nelle dette diocesi; che, ad esempio, l’acqua lustrale servisse, si, al capofamiglia per benedire i presenti al pranzo pasquale, com’è ancora d’uso comune, ma venisse anche utilizzata, al pari dell’olio santo, nella medicina popolare e nella magia; che il modo di vivere segnatamente di certi ecclesiastici, non sempre conforme ai dettami della Chiesa e non di certo esemplare, abbia costituito incentivo al protestantesimo e perlomeno tentato qualcuno ad un credo differente; che vi siano stati, in tempi diversi, anche altri comportamenti non proprio ortodossi, segreti e sconosciuti.

Adesso, sembra non superfluo un cenno circa gli Ebrei, comunemente reputati eretici (25). “Fatto importante […] è il riscontrare che a Telesia si era insediata una numerosa comunità ebraica della <<diaspora>>: si trattava di ebrei che, dopo la distruzione di Gerusalemme (70 d.C.), avevano accresciuto il numero dei connazionali già stabiliti nei centri campani” e “diversi della comunità gerosolimitana, come sappiamo, erano cristiani” (26). Altri giudei  vennero segnalati, nel vescovado, durante il Medioevo e in seguito (27).

La presenza di israeliti in Caiazzo risulta, almeno, prima del novembre 1060, allorché Landone, che era stato ebreo e poi cristiano, figlio di tal Samuele che fu ebreo e abitante nella città vecchia di Caiazzo presso la chiesa dell’episcopio offrì alla detta chiesa alcune terre e case. Altro giudeo, Dattilo, ricoprì, nel 1492, la carica di sindaco della locale fiera. (28).

Per quel che concerne l’Alifano e in generale anche altre diocesi, nel febbraio del 1223, alcuni pellegrini sostarono nell’abbazia di Santa Maria della Ferrara, a confine con il territorio, e riferirono ai monaci –con propositi reconditi?– di aver visto, in Terrasanta, il leggendario Ebreo errante e, in tal modo, contribuirono a diffonderne la non buona fama, anche tra la gente del luogo. A metà del secolo, israeliti dimoravano in Alife. Col trascorrere del tempo, la politica favorevole di Stato e Chiesa diede incremento alle conversioni, tanto è vero che nel 1294 vennero registrati 19 neofiti di Alife tra i circa 1300 di Puglia e Campania. (29)

Dopo alquanto tempo, lo Stato, per ragioni in prevalenza economiche, non favorì più come una volta l’apostasia e la Chiesa, per motivi religiosi, stabilì di non forzare più le conversioni, sicché, un po’dovunque,  non pochi neofiti, o tornavano alla fede originaria o convincevano i correligionari a non abbandonarla.  Le cose migliorarono per gli Ebrei, nel ‘300, con re Roberto (30).

Nel 1492, marrani e giudei, cacciati di Spagna, giunsero a Napoli. L’anno dopo, poiché una pestilenza vi mieteva vittime e gli israeliti erano ritenuti –di solito e a torto– “causa di moria”,  l’autorità ordinò che i non contagiati dovessero andarsene “fuor di Napoli in altre Terre del Regno ad istanziare” ed essere “recettati”. Sta di fatto che, per questo e perché favorite  anche dalla esenzione quinquennale dalle imposte per qualunque immigrato, nel 1508, se non dal secolo precedente, famiglie di Ebrei stavano in località San Simeone di Alife (31).

A Piedimonte, invece, prima del 1481  una comunità di Judei, isolata, controllata e sottoposta ad alcune restrizioni, viveva in un ghetto ben delimitato, tra il Migliarulo –dietro la chiesa di Santa Maria Maggiore– e il vico Fasocchi  –Vico 4° San Giovanni– Le restrizioni avrebbero avuto termine per colui il quale si fosse convertito e quindi amalgamato coi cristiani. E conversioni s’ebbero, ancora nel XIX secolo (32) .

In ogni caso, oltre gli israeliti, anche persone di fede diversa, e perciò giudicate eretiche, hanno animato nell’Età Moderna le vicende delle tre diocesi (33); questa, però, è un’altra storia.

____________

1- Giovanni Gonnet, Le eresie e i movimenti popolari nel Basso Medioevo, Messina-Firenze, D’Anna, 1976, pp. 5 e 7. Rino Camilleri, Storia dell’Inquisizione, Roma, Newton, 1997, pp. 12-18. 2- Memorie Historiche del Sannio, raccolte dal dottor Gio. Vincenzo Ciarlanti, arciprete della cattedrale d’Isernia, Isernia, Cauallo, 1644, II, XVI, pp. 193-195; Francesco Saverio Finelli, canonico teologo della cattedrale di Alife, Città di Alife e diocesi cenni storici, Scafati, Rinascimento, 1928, pp. 19-22. Storia di Telesia Sua Diocesi e Pastori, per Angelo Michele Iannacchino  Vescovo di Telese o Cerreto, Benevento, D’Alessandro, 1900, p. 61. 3G. Gonnet, cit., p. 13. 4- Cesare Cantù, Gli eretici d’Italia Discorsi storici, volume primo, Torino, Unione Tipografica-Editrice, 1866, pp. 103-109. 5- Ernesto Pontieri, Federico II d’Hohenstaufen e i suoi tempi, Napoli, LSE, 1966, pp. 89 e 92. 6- Casatalogo de’ Vescvovi di Telese Capitolato e dato in luce da Giovanni Rossi, Canonico, Napoli, Società Tipografica, 1827, pp. 68-69. 7- Bernardino Di Dario, Prelato Domestico di S.S., Notizie storiche della città e diocesi di Caiazzo, Lanciano, Carabba, 1941, pp. 157-160. AA.VV., a c.d., Le pergamene dell’Archivio Vescovile di Caiazzo, Napoli, Arte Tipografica, 1983, I, pp. 14-16. 8- Cfr. Tommaso da Celano, Trattato dei miracoli di san Francesco, XI, traduz. di T. Lombardi e M. Malaguti in “Fonti Francescane”, Padova, Messaggero-Assisi, Movimento francescano, 1977-1980, pp. 785-786; Bonaventura da Bagnoreggio, Leggenda maggiore, V, trad. di S. Olgiati, ibid., pp. 991-992. Stanislao da Campagnola, Introduzione alla Sezione seconda in Fonti Francescane, cit., pp. 370-371. 9- Cfr. Rosario Di Lello, Il mistero di Pietro di Alife ed un dipinto nella basilica di San Francesco ad Assisi, in wwwclarusonline.it (06/5/2019). 10- C. Cantù,  cit., pp. 109-110. 11- Cfr. Ferdinando Ughelli, Italia sacra, Roma, Deversin, MDCLXII, col. 292, 7. 12- C. Cantù,  cit., p. 172. 13- R. Camilleri, cit., pp. 30 e 57-58.14- Dante B. Marrocco, Il <<Quaternus reddituum civitatis Telesiae>> del 1426, in “Annuario 1977”, Piedimonte Matese, ASMV  (1977) pp. 144-179. 15- Tanto si legge in don Nicola Vigliotti, Telesia…Telese due millenni, Napoli Roma, LER, 1985, pp.89 e 90, nt. 5. 16- B. Di Dario, cit., pp. 164 e 165-166. 17- Cronaca di Quattro secoli, XV secolo, del can. Gianfrancesco Trutta, Arciprete dell’insigne collegiata di S. Maria Maggiore di Piedimonte, a c.d. D.B. Marrocco, in “Annuario 1977”, cit., pp. 254- 279. 18- Cfr. Raffaele A. Ricciardi, Assisa seu Statuta Civitatis Thelesiae secondo un trascrizione del 1426, in “Archivio storico del Sannio Alifano e Contrade limitrofe”, I, 2 (1916) Maddaloni, Golini, pp. 39-47. Capitoli dell’Assisa o Statuti della Città di Caiazzo, in Nicola Alianelli, a c.d., Delle Consuetudini e degli statuti municipali nelle provincie napolitane, Napoli, Rocco, 1873, pp. 62, 79 e 98. D. Marrocco, Gli Statuti di Piedimonte, Napoli, Ariello, 1964, p. 20; Giovanni Fappiano, Modifiche statutarie in Alife nel secolo XVI, Caserta, Russo, 1989, p 37; Raffaele Romano, Gli statuti di Alvignano del 1497secondo un inedito del Settecento, Piedimonte Matese, Ikona, 1998, p. 5. 19- G. Trutta, cit. 20- Raffaello Marrocco, Memorie storiche di Piedimonte d’Alife, ivi, 1926, p.158. 21- A.M. Iannacchino, cit., pp. 96-97. 22- Crescenzo De Petrillis –parroco di Pietraroia– in R. Di Lello, La biografia di tredici vescovi Telesini in una lettera di C. Petrillo, Piedimonte Matese, ASMV, 1978, p. 9-12. 23- Relazione del vescovo di Caiazzo et sua diocesi, in Angelo Campagna, a c.d., Stato della Città e della Diocesi di Caiazzo nel XVI secolo, Napoli, Laurenziana, 1987, pp. 14-15. 24- A. Campagna, a c.d., Relazione della 2° Visita ad Limina di Mons. Orazio d’Acquaviva 1609. Archivio Vaticano: Sacrae Congregationis Concilii Relationes, Caiacen, 164, A, 1, Fisciano, Jannone, 1989, pp. 18-19 e 47. Di due processi precedenti, cfr. Lettere del 1589, in Armando Pepe, Due episodi dell’Inquisizione in diocesi di Caiazzo nel XVI secolo, in “Archivio Storico del Caiatino”, Caiazzo, ASC, VIII (2018) pp. 47-51. 25- Per maggiori notizie in generale, cfr. G. Gonnet, cit., pass. e  R. Camilleri, cit., pass, e pp. 38 e 59-60. 26- N. Vigliotti, cit.,  pp. 65-66 e 73, nt. 2. 27- R. Di Lello, Ebrei in diocesi di Telese (Nota preliminare), in “Annuario di storia cultura e varia umanità”, Associazione Storica Valle Telesina (2016) pp. 87-94. 28- AA.VV., cit., pp. 41-44. Cesare Colafemmina, Documenti per la storia degli ebrei a Napoli e in Campania, nei secoli XV-XVI, in “Sefer Yuhasin”, vol. 12,  Bologna (1996) pp. 7-39. 29- Cfr. R. Di Lello, Ebrei in diocesi di Alife  (Nota preliminare),  in “Clarus”, Diocesi di Alife-Caiazzo, XVI, 5 (2016) pp. 17-18. 30- Id., ibid. 31- Id., ibid. Per i nomi, si rimanda a D. Marrocco, Una colonia di albanesi e di ebrei in Alife nel secolo XVI, Napoli, Ariello, 1963. 32- Cfr. R. Di Lello, Ebrei in diocesi di Alife, cit. 33- Cfr. R. Di Lello, Francesco Brancaleomne da Frasso, medico e filosofo vittima dell’Inquisizione, in “Il Sannio Quotidiano”, Benevento, Pagine Sannite, V, 305 (2000) p. 13. Id., Torture tra leggenda e storia, in “Il Sannio”, cit., IX, 142 (2004) p. 9. Id., L’Inquisizione era detta “Santa” …e a Caiazzo gli inquisiti “furono torti e penitenziati”, in “Quattro passi nella storia”, Casertasera.it (20/4/2018). Id., A proposito di un manoscritto rinvenuto in Cerreto Sannita e di una suora condannata a vita, ibid. (01/8/2018).

 

About Redazione (9701 Articles)
Redazione di Casertasera.it Email: redazione@casertasera.it

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: