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RUBRICHE – LA TOSSICOMANIA O FARMACO-DIPENDENZA

  (Antonio Cantelmo) – L’esagerata ed abituale assunzione di sostanze definite stupefacenti (morfina, cocaina, hashish, marijuana, LSD) veniva denominata “tossicomania” . L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha proposto di sostituire questo termine con quello di “farmaco-dipendenza”. Rientra nella categoria delle farmaco-dipendenze chi si trova in una o più delle seguenti condizioni: 1) frequente e ripetuta assunzione di una sostanza tossica (naturale o sintetica) con conseguente insorgenza di uno stato di intossicazione periodica o cronica, che costituisce danno o pericolo per il soggetto o per il suo ambiente; 2) tendenza ad accrescere sempre più la dose per un aumento della tolleranza; 3) manifestazione di un desiderio avido e coatto per quella determinata sostanza; 4) bisogno incoercibile di una continua assunzione di essa, 5) dipendenza psichica dalla sostanza tossica e dai suoi effetti. Non esiste a tutt’oggi una nitida definizione di “drogato” (termine con il quale si indica chi fa uso di sostanze psicodislettiche: ossia sostanze che alterano la percezione e inducono uno stato onirico e talvolta delirante). Se si prende come punto di riferimento il concetto di farmaco-dipendenza ci si rende conto che tale definizione è quanto meno imprecisa e limitata. Perché dovremmo considerare drogato un ragazzo che fuma qualche sigaretta di marijuana e non invece colui che ogni giorno assume tranquillanti, antidepressivi e similari in dosi massive? Se farmaco-dipendenza vuol dire bisogno di continua assunzione di un farmaco, perché non dovremmo includere fra i drogati i fumatori accaniti per i quali la nicotina è indispensabile? Per ridimensionare il problema della droga bisogna tener conto di un complesso di fattori che caratterizzano la farmaco-dipendenza da sostanze psicodislettiche: tipo di sostanza, dosi, abitualità e modalità di assunzione, effetti somatici e psichici sulla persona e livello fino al quale riesce a padroneggiare la situazione. Il problema degli stupefacenti fino a qualche decennio fa era limitato a poche persone (medici, farmacisti, artisti, prostitute) e riguardava l’assunzione di morfina e cocaina. La scoperta e la diffusione di allucinogeni naturali e di sintesi (gruppo di sostanze, che agendo sui recettori del SNC, sono capaci di alterare le percezioni, i pensieri e le sensazioni) ha trasformato, da un punto di vista epidemiologico, il piccolo focolaio in un fenomeno di massa sempre più vasto e dilagante. L’uso di psicodislettici si differenzia in primis per l’età media dei consumatori. Secondo gli ultimi dati I.N.S.E.R.M (Istituto Nazionale di Salute e Ricerca – Francia) nel 90% circa l’età è ai 20 anni e tende sempre più ad abbassarsi. La deprivazione parentale, cioè l’assenza di uno dei genitori per morte, separazione o invalidità, si riscontra frequentemente nelle famiglie dei giovani drogati nel 70-75% dei casi. Il problema della droga altro non è se non il riflesso della crisi che travaglia l’istituto della famiglia e quella ancora più vasta che investe la società. Tale problema non può essere affrontato solo dal lato tossicologico, ma deve essere osservato nel quadro socio-culturale del nostro tempo. Inoltre ci si chiede se gli “adulti” offrano sempre dei modelli di identificazione esemplari e se non abbiano una buona parte di responsabilità nel comportamento dei giovani. Non è possibile individuare una sola motivazione alla quale attribuire l’uso di allucinogeni, né esiste una formula unica: i fattori sono molteplici e vanno dalla realtà socio-culturale all’equipaggiamento costituzionale di ciascun individuo. Mi limito quindi a citare i fattori di più frequente riscontro: l’esperienza di solitudine cosi come può condurre ad una nevrosi con tutti i risvolti psicosomatici che essa comporta, può sfociare, come rifugio nel mondo derealistico degli allucinogeni, nel quale la caduta di tutti i tabù, facilita il rapporto interpersonale, nell’uso delle droghe. Il disinteresse della famiglia, il rifiuto del modello di una società giudicata “ingiusta”, la ricerca di nuove soluzioni ritenute valide, il desiderio di stabilire con facilità il contatto con gli altri, il diniego di una frustrante realtà e l’aspirazione fantasmatica ad un’altra più gratificante, la semplice curiosità, l’immaturità bio-sociale, una psicopatia latente, sono tutti elementi che, isolatamente o in combinazione tra loro, concorrono a motivare il ricorso agli allucinogeni. L’elenco non è certamente esaustivo ma soltanto indicativo delle motivazioni più ricorrenti. La problematica della ricerca della motivazione è di primaria importanza allorquando si tratterà di passare all’atto terapeutico della vasta pletora delle farmaco-dipendenze.

Dott. Antonio Cantelmo Medico-Chirurgo, Specialista in Psicologia Clinica e Psichiatria, Dirigente Medico UOC Medicina Generale E Pronto Soccorso ASL Caserta, Socio della Società Italiana di Psichiatria – Pratella (CE) – 0823/783600 – 330/659140 – antonio.cantelmo@libero.it

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