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PRESENTATO IN EMILIA IL NUOVO LAVORO DELLA SCRITTRICE MATESINA NINA MISELLI

FORTUNA NATALE| Piedimonte Matese – Ancora un grande successo per la scrittrice, poetessa, insegnante, moglie e madre Nina Miselli (ELLA FOTO), piedimontese doc, che il 5 luglio presso il centro culturale Il Multiplo di Cavriago Re ha presentato, nell’ambito dell’evento “Donna” il suo nuovo libro dal titolo “Donne”.

L’evento dedicato alle donne vittime di violenza, organizzato dalla scrittrice in collaborazione con Angela Angolano, poetessa e scrittrice di diversi libri su questa tematica, ha visto la partecipazione dell’artista e pianista Rachele Fantuzzi, della fotografa Mina Fiore, dell’attore teatrale napoletano Attilio Miani e delle voci bianche dei piccoli della scuola musicale Augusto del Rio.

Un pomeriggio intenso di emozioni, quello vissuto al Multiplo di Cavirago, dove il tema della violenza sulle donne è stato toccato e raccontato attraverso testimonianze dirette, presentazione di libri, fotografie cariche di verità per far sentire, con la delicatezza dei toni che solo le donne sanno avere, il proprio no alla violenza fisica e psicologica che tante donne, di ogni parte del mondo e di ogni rango sociale sono costrette a subire per mano di uomini incapaci di amare.

La storia di queste donne raccontata nel libro della scrittrice Nina Miselli prende vita attraverso la voce della giovane artista Rachele Fantuzzi. Il racconto della storia “L’altra me”, a tratti drammatica, scuote le coscienze dei presenti, fa riflettere sulla condizione di fragilità psicologica nella quale molte donne cadono nell’impossibilità di denunciare perché vittime a loro volta di sè stesse e allora decidono di indossare una maschera per nasconde la sofferenza, il dolore, la vergogna che sono costrette a subire per mano di uomini.

Il libro “Donne” della scrittrice piedimontese vuole essere un grido di speranza per dire basta alla violenza e per dare loro quella voce che spesso resta in silenzio.

Il più delle volte, infatti le vittime di violenza sono donne “mute”, “senza voce” perché non possono o non sanno liberarsi da chi quella violenza la esercita, talvolta giornalmente, talvolta per anni, togliendo loro “un pezzetto di vita ogni giorno”. Lesivo come il silenzio che c’è attorno al fenomeno della violenza. Un silenzio inquietante che non fa scandalo ma che spesso uccide, uccide donne che per paura di compromettere una storia d’amore, una carriera, un’amicizia, una famiglia decidono, perché convinte di non avere altra scelta, di rinunciare a sè stesse in nome di un falso quieto vivere. Spesso accade questo perché il senso comune riesce a regalare la violenza ad una dimensione indebita e colpevole, marginale, quindi trascurabile, negando ad essa la sua dimensione effettiva e il suo peso reale all’interno di una relazione e nella società. Ma se il silenzio della vittima, l’unico umanamente comprensibile, lo intendiamo come l’estremo tentativo di difesa, spinto dalla volontà di non comunicare nemmeno a sè stesse quanto si sta soffrendo, il silenzio di chi viene a conoscenza della violenza esercitata su una donna, bè “quel silenzio” non merita scuse. È solo considerando i pregiudizi, i modelli sociali e le leggi anacronistiche che per secoli hanno tollerato la violenza, l’hanno normalizzata, inserita a pieno titolo in qualsiasi “bilancio di famiglia”, rendendola ancor più insidiosa perché strisciante e sommersa, che si può comprendere come abbia potuto radicarsi uno dei fenomeni, quello della violenza sulle donne, più diffusi e trasversali di ogni epoca.

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