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RUBRICHE- LA FATTURA  DAL  PASSATO  AL PRESENTE IN CAMPANIA

 Rosario Di Lello. Nell’occuparmi di un documento, manoscritto in diocesi di Caiazzo e inedito, (1) ho fatto  riferimento a pubblicazioni di  consimile contenuto tra le quali un volume dal titolo quanto mai significativo (2) e di certo molto usato, visto lo stato precario di conservazione; nei testi consultati, ho rinvenuto fatture, comuni, almeno  nel detto territorio e nei limitrofi, ancora  nella prima metà dello scorso secolo.

Ebbene, per quanto si dirà anche alla fine, mi pare giovi rilevare che Fattura è, in italiano,  il “documento in cui il venditore indica all’acquirente la distinta” della merce vendutagli  e “i relativi prezzi”  –esempio comune ne è, oggi, lo scontrino fiscale– ed è, per quanto più direttamente concerne il tema, “stregoneria, incantesimo, maleficio”; (3) del pari, duemila anni or sono era il conto commerciale e l’incantesimo (4) e ancora due secoli orsono era, nel dialetto campano, la “nota di mercanzie spedite o vendute”, nonché la “malia”. (5)

Ancor più nel dettaglio, come  tutti sanno, la fattura è “un rituale magico volto a nuocere” (6) e può essere perfino “a mmorte”. (7)  Il maleficio è diretto, se viene eseguito sopra la vittima designata; più di frequente è indiretto quando praticato sopra oggetti di trasferimento, ad esempio capelli, peli, unghie, frammenti di vestito, i quali, appartenuti al soggetto da affatturare, vengono inseriti in un simulacro che, meglio se antropomorfo e di cera, di piombo o d’altro, rappresenti la vittima. In questo caso, il sortilegio si fonda sulla credenza che tutto quanto viene fatto alla effigie si ripercuoterà sull’essere umano raffigurato e perché risulti completo, sia necessario, una volta confezionato il fantoccio, recitare formule magiche. Il Trattamento segue metodi tradizionali, per quanto sempre più di rado, o moderni (8) e, tra i primi, quelli che interessano il tema fanno parte delle fatture, per distruzione e per putrefazione.

   La distruzione, più o meno rapida, si ha per mezzo del fuoco e viene praticata, di solito, “a piccole riprese”, facendo ardere il simulacro utilizzato “fino alla consumazione”. (9) La putrefazione si ottiene avvolgendo l’oggetto di trasferimento in un involucro deperibile e sotterrandolo perché vada in disfacimento. Con essa, più che con la precedente, “si intende raggiungere il deperimento del soggetto affatturato, lentamente e irrimediabilmente”, fino alla consunzione e alla  morte. (10)

A Napoli –e in Campania– il sortilegio può essere, in rapporto al metodo e all’effetto,  “minore”, intermedio e “a mmorte”; in quest’ultimo caso prevede, di solito, la liquefazione “d’’a pupàta”, ossia lo “squagliare” struggere, fondere la bambola, al calore del fuoco. (11) Non vanno dimenticate le imprecazioni; di esse s’è detto in altra sede e oltremodo singolari risultano quelle in vernacolo, (12) ad esempio le conosciutissime: ”Puozze murì” e “Puozze sculà”.

In ogni caso, si ritiene che il maleficio non condurrà a morte, se viene sciolto –è incredibile, ma tant’è–  proprio da chi l’ha fatto, ossia da maghi o da streghe. (13)

Quale è l’origine di dette credenze e consuetudini?

Indagando  a ritroso nel tempo, si scopre che la fattura ha trovato ragion d’essere altresì nel Medioevo (14)  e vi è giunta da molto prima, da quando motivi addotti, materiali utilizzati e modi di procedere erano pressappoco gli stessi.

Nell’Evo Antico, infatti, tra le varianti di maleficio più singolari, più suggestive e, per dir così,  più “di moda” tra il I° secolo a.C. e il successivo, a Roma, e in Campania, due risultano connesse, sotto certi aspetti, tra loro e con quelle attuali.

L’una –potremmo definirla combustione– veniva praticata in un cimitero, nottetempo, da megere coi capelli sciolti e arruffati, vestite di stracci neri e a piedi nudi, le quali, manipolando un fantoccio di lana che rappresentava il punitore e uno di cera che raffigurava il punito, invocavano Ecate la Furia e Tesifone la regina dell’oltretomba, pronunciavano tristi frasi magiche e, intanto, distruggevano alla fiamma il simulacro di cera. (15)

L’altra, la defissione, consisteva nello scrivere il nome della persona oggetto sopra una lamina di piombo, nell’incidere su di essa una formula di maledizione e simboli funebri e nel sotterrarla, fissandola con un chiodo, dentro un sepolcro o in un tempio o in un pozzo o in una polla d’acqua calda; la rispettiva formula imprecativa “augurava” al defiggendo i peggiori malanni, quali  frattura delle ossa, stritolamento o altro ancora, e lo consegnava agli dei infernali dedicandone loro, per giunta, qualche parte del corpo, ad esempio unghie, sopracciglia, mani, cervello, anima. (16)

Va aggiunto che imprecazioni ancor più antiche, trovate incise sopra tavolette osche rinvenute in Campania, saranno state comuni anche presso le vicine popolazioni del Sannio. (17)

Comunque, i detti sortilegi, divulgati con la cultura greco-orientale, provenivano da lontano. (18)  La defissione, infatti, così come è stata presentata, era comune in Grecia, già nel IV secolo a.C., e si proponeva “nuocere ai nemici votandoli alle divinità infernali Ermes, Ecate e Persefone, letteralmente attaccandoli ad esse, inchiodandoli nel regno degli inferi con la pratica del votare alla morte”. (19)

Era consueto pure l’utilizzo delle statuine di cera e le stesse o venivano sotterrate così come il materiale della defissione, o  disciolte al calore; perfino Aristotele (384-322) pare ne possedesse e ne avesse fatto dono e consigliato l’uso al suo allievo Alessandro Magno al fine di rendergli più agevole la vittoria in battaglia. (20)

Ancora prima, nell’anno 3830 a.C., gli Egiziani praticavano la magia adoperando simulacri di cera. Credevano, appunto, che attraverso rituali fatti di gesti e di parole fosse possibile trasmettere, all’immagine, tanto l’anima, le qualità e gli attributi stessi del vivente quanto poteri inusitati; ritenevano, perciò, che una raffigurazione “potesse essere usata sia a fin di bene che di male” e che quindi attraverso oggetti dai poteri soprannaturali sarebbe stato possibile rendere anche “paralitiche e indifese” le persone in quelli effigiate. (21)

La distruzione del simulacro, col fuoco, aveva pertanto lo scopo di “consumare” il vivente e, all’occorrenza, poteva essere ripetuta per lungo tempo, “ogni ora del giorno e della notte, ogni giorno e durante i giorni festivi”; sarebbe stato indispensabile, tuttavia, accompagnare gli atti con frasi di maledizione quali, ad esempio:  “(…) Per te ci sarà una fine, perciò ho condotto la fiamma e ho fatto in modo che tu fossi distrutto e pertanto ti ho condannato al male, ci sarà una fine per te! Assapora la morte! Non sorgerai mai più! La fiamma strazia la tua anima, porrà fine alla tua persona; il grande fuoco ti stanca (…), la fiamma ti divora (…),  la tua anima è raggrinzita (…), tu sei giunto alla fine”. (22)

A questo punto, ritornando al presente, è possibile concludere considerando sempre l’influenza della cultura egizia e della–historia docet e repetita iuvant ossia la storia insegna e le cose ripetute giovano o almeno così dovrebbe essere– su quella del Mezzogiorno d’Italia e, nello specifico, della Campania in larga misura.

Insomma, nell’Evo Antico l’uso dei simulacri di cera venne adottato in Egitto in Grecia e in Europa dove si diffuse e proseguì nel tempo.  Nel Medioevo incontrò notevole favore presso quanti coltivavano la magia nera e quanti altri intendevano arrecar danno a persone moleste. Al presente sopravvivono in  “molte storie comuni di come, in Italia (e altrove) gente ignorante e malvagia facesse emblemi di cera dei loro nemici e li appendesse nel camino, non troppo vicino al fuoco, perché potessero così sciogliersi lentamente e di come le persone rappresentate da queste figurine perdessero poco a poco il potere sulle loro membra, non potessero dormire e lentamente si ammalassero e morissero”. (23)

Nel particolare, anche in storie e in tradizioni dei territori citati all’inizio v’è memoria di fatture e per distruzione e per putrefazione –e perciò della maniera di condurle ad effetto e di formularne diagnosi– contro  individui, in seguito vittime, senza causa apparente, di progressivo deperimento organico, più o meno rapido, ed exitus; e v’è memoria di fatture per mezzo della semplice imprecazione: “Puozze murì” o “Puozze sculà”, contro individui, toccati, poi, da lento, ingravescente, umiliante decadimento fino –ma non necessariamente– alla morte. (24)  Non solo:  dopo quanto è stato esposto, mentre  il solo termine “sculare” ben connota il. “figur. de’ tisici, Consumarsi, Andarsene in consunzione” ,(25) il “Puòzze sculà!”, inteso sempre nel medesimo significato, sembra, in più, l’eco di maledizioni che, attraverso tanto, tanto tempo sono giunte ai giorni nostri, da molto, molto lontano. 

Infine, pure l’altro tipo di fattura, lo scontrino fiscale, potrebbe procurare –mi si perdoni la facezia– danni finanziari a chi non la fa e, dato, oggi, il costo del vivere, reazioni psichiche, per quanto momentanee, ma non di certo piacevoli, in chi la riceve.

______________

 1- Cfr. R. Di Lello, Un inedito quaderno di magie in diocesi  di Alife-Caiazzo, in “Annuario di storia, cultura e varia umanità 2018”, Associazione Storica Valle Telesina, 2019, pp. 59-99.  2- Il libro infernale Completo trattato delle scienze occulte, Id, ibid., p. 76 e nt.137. 3- Circa il vocabolo, cfr. Nuovissimo Dardano, Dizionario della lingua italiana, Roma, Curcio, 1982, pp. 692-693. 4- Cfr. O. Badellino, Dizionario italiano-latino, Torino, Rosemberg & Sellier, 1962-1967, col. 902. 5- R. Andreoli, Vocabolario napoletano-italiano, Torino, 1887 e Di Mauro-Di Fraia, Napoli, 1993-1997, p. 157. 6- C. Gatto Trocchi, La magia, Roma , Newton-Compton, 1994, p. 77. 7- Cfr. M. Buonoconto, Napoli esoterica, Roma, Newton- Compton, 1996, pp. 31-34; 8- Cfr. F. Capretta, Caccia alle streghe, s.l., Brocken, 1989, p. 80. 9- A. Pazzini, Tradizioni e leggende nella medicina popolare, Milano, Recordati, 1940, p. 37.  10- F. Capretta, cit., p. 82; A. Pazzini, cit., p. 36. 11-  M. Buonoconto, cit. R. Andreoli, cit.,p. 401. 12- Cfr. R. Di Lello, Puozze avé ‘na petriata, in “Quattro passi nella storia”, Casertasera.it (03-01-2018). Id., Maledizioni in vernacolo napoletano, ibid. (04-7- 2018. 13- Cfr. A. Pazzini, cit., pp. 59-61. 14- Cfr. Id., ibid., p. 26 e seg.  15- Orazio, Satire, I, 8, 24-50. 16- U.E. Paoli, Vita romana, Milano, Mondadori, 1976, pp. 248-250. 17- E.T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Torino, Einaudi, 1967, , cit., p p. 160. 18- W. Budge, Magia egizia, Roma, Newton, 1996, p. 71, nt. 16 e p. 72. U.E. Paoli. 254. 19- U.E. Paoli, cit. R. Flacelière, In Grecia nel secolo di Pericle, Milano, Fabbri, 1998, p. 248. W. Budge, cit., p. 71, nt. 16 20- W. Budge, cit., p. 62, nt. 9 e pp. 70-72. 21- Id., ibid., pp. 17, 53 e seg., 59, 65. 22- “Capitolo del dare fuoco ad Apopi”, in Id., ibid., pp. 62-64. 23- Id., ibid., p. 73. 24-  Cfr. anche A. Pazzini, cit., pp. 52-53. 24- R. Andreoli, cit.,  p. 367.

Foto dal sito viaggionelmistero.it

 

 

 

 

 

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