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RUBRICHE- PSICOCRIMINOLOGIA, L’INFANTICIDIO

Antonio Cantelmo *|Attingendo a svariate e accreditate fonti scientifico-giornalistiche, vengo a conoscenza che non solo le appartenenti al sesso femminile uccidono in minor misura rispetto agli uomini, ma che le motivazioni che le inducono a compiere “l’atto finale” sono radicalmente diverse rispetto a quelle della sfera maschile. La diversità che emerge chiaramente è la relazione che lega la donna alla propria vittima, e ciò in coerenza al suo ruolo morale e sociale, ovvero quello familiare, e più precisamente quello di madre. Ancora una volta ci troviamo a sottolineare che, anche per quanto concerne l’omicidio, le donne attingono alla propria sfera emozionale ed affettiva. La donna ha socialmente la funzione primaria di generare, di essere madre, di creare col proprio figlio un legame inscindibile. Che la madre sia una figura fondamentale nella vita di un figlio, è una convinzione talmente accettata e radicata che possiamo considerarla un principio generale evidente. Tutti noi sappiamo che, senza una figura di riferimento, come può essere la madre, un neonato, per quanto dotato di buone risorse, stenta a crescere, al punto, qualche volta, da non riuscire neppure a sopravvivere. Troviamo proprio nella parola sopravvivere l’esatto contrario della parola che più ci spaventa: l’infanticidio. L’infanticidio o neonaticidio  sono diffusi in tutte le società arcaiche e anche in alcune società “moderne”, nelle quali il valore della vita umana dipende non solo dalla funzione che il soggetto può svolgere in essa, ma anche nel ruolo che andrà a rivestire. Il numero oscuro degli infanticidi è di gran lunga superiore a quella di altri reati. Le indagini criminologiche concordano nell’affermare che in Italia, con la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza del 1978 e dopo la riforma del 1981 con la quale è stata modificata la figura criminis dell’infanticidio, i casi sono diminuiti notevolmente. Nel nostro Codice l’infanticidio continua ad essere un reato punito in modo molto più indulgente dell’omicidio comune. Già il Codice Rocco stabiliva che rispondesse di infanticidio, e non di omicidio. “Chiunque cagiona la morte di un neonato immediatamente dopo il parto, ovvero di un feto durante il parto, per salvare l’onore proprio o di un prossimo congiunto (omissis)”. Con la legge 5 agosto 1981 n.° 442 scompare l’infanticidio per causa d’onore, a testimoniare il mutamento nella percezione etica in materia e viene sostituito dal nuovo dal nuovo testo del’art. 578 che attualmente recita: Chiunque cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto, quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale o morale connesse al parto è punito con la reclusione da quattro a dodici anni. A coloro che concorrono nel fatto di cui al comma primo si applica la reclusione non inferiore ad anni ventuno. Tuttavia, se essi hanno agito al solo scopo di favorire la madre, la pena può essere ridotta da un terzo a due terzi. Non si applicano stabilite dall’art. 51 del codice penale. Le condizioni di abbandono morale e materiale citate dall’articolo possono ritenersi sussistenti solo qualora la madre venga a trovarsi in uno stato di isolamento tale da non consentire l’aiuto del personale sanitario o di altre persone, e non quindi, quando l’isolamento sia cercato e voluto dalla donna stessa, che scelga la solitudine per effettuare la soppressione della propria creatura. Se il diritto distingue l’infanticidio in condizioni di abbandono materiale e morale dall’omicidio, in tema di figlicidio materno la criminologia differenzia tra il neonaticidio, che ricorre nell’immediatezza della nascita; l’infanticidio, che è l’uccisione del bimbo entro l’anno di vita e il figlicidio o liberticidio, quando la vittima ha più di un anno. La distinzione, soprattutto fra le prime due forme e la terza, è fatta in base a considerazioni di ordine statistico e motivazionale. Per cominciare, l’infanticidio e il neonatocidio ricorrono, per il nostro come per altri Codici penali, solo qualora l’uccisione vi sia immediatamente dopo la nascita, e possono trovare alla radice dinamiche particolari. Non è raro, infatti, osservare sentimenti di ostilità e di estraneità nella madre, che percepisce il neonato ancora come “oggetto”, parte del proprio corpo e, quindi, nella propria piena disponibilità, che necessita di un certo periodo di tempo per raggiungere una compiuta maturazione affettiva nei suoi confronti (Ponti 1962) e per essere investita di quell’ “istinto materno” che appare piuttosto “sentimento materno”, quindi non solo fatto biologico. Una delle cause di omicidio neonatale meno conosciuta è la negazione di gravidanza, questo meccanismo patologico può identificarsi nell’esatto contrario della gravidanza isterica (gravidanza conversiva), ovvero nel rifiuto dell’accettazione dello stato di maternità, che può protrarsi anche fino al parto, donde poi un’incapacità di prestare le dovute cure al neonato, fino a causarne la morte, con la conseguente accusa di infanticidio ovvero neonaticidio. Nella maggior parte dei casi in cui si verifica questa patologia la madre, alla prima gravidanza, è cresciuta in un ambiente socio culturale in cui il concepimento viene visto come peccato, se portato a termine al di fuori del matrimonio. Le persone vicine alla gestante colludono, imputando i sintomi propri della gravidanza al troppo stress o a sindromi influenzali passeggere. ; soprattutto la necessità di negare può essere cosi intensa da influenzare le manifestazioni biologiche della gravidanza. La madre, in attesa inconsapevolmente, porta avanti la gravidanza senza adottare uno stile di vita consono alle circostanze. Le mutazioni fisiche spesso non avvengono se non in minima parte, fino alla razionalizzazione finale. La scoperta della gravidanza, da parte delle donne, può avvenire accidentalmente prima del parto, qualora venga disposta una radiografia o una ecografia per dolori di schiena o addominali, che queste donne non avevano attribuito alla gravidanza. Quando poi la rivelazione avviene al momento del parto, la reazione è di grave sconcerto; normalmente il luogo in cui, in questi casi il parto è la toilette, poiché la madre viene colta improvvisamente da “inspiegabili” dolori addominali. Modalità di parto cosi poco comuni fanno facilmente comprendere come talvolta la morte del bambino ne sia l’infausta conseguenza, anche per infanticidio magari dovuto a mera mancanza di assistenza. Tale esito è da alcuni definito raro, mentre secondo altri è frequente almeno la pregressa negazione di gravidanza; la madre si trova tra le mani una “cosa” totalmente inaspettata da perseverare nel comportamento di negazione e da porre “inavvertitamente” fine alla vita di questa povera creatura.

  • Dott. Antonio Cantelmo: Medico-Chirurgo, Specialista in Psicologia Clinica e Psichiatria, Dirigente Medico UOC Medicina Generale e Pronto Soccorso, Socio della Società Italiana di Psichiatria – Pratella (CE) – antonio.cantelmo@libero.it – 330/659140
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