RUBRICHE- BRIGANTAGGIO SUL MATESE TRA RACCONTO E REALTÀ

ROSARIO DI LELLO| Nei lontani anni Settanta, parlando di brigantaggio con un illustre studioso del luogo gli riferii quanto si diceva, in Pietraroia, circa un fatto storico attinente; alla fine egli  soggiunse, giustamente: “Caro dottore, la storia si fa sui documenti, non sui si dice”. E fu così che indagai su fonti d’epoca e, per la prima volta, scrissi al riguardo e su altro ancora. (1)

A distanza di ben oltre un quarantennio e alla luce di nuove ricerche ho avuto prova ulteriore che la tradizione orale, mediante il semplice racconto di un fatto accaduto più di un secolo prima può essere degna di fede e trovare riscontro in documenti dell’epoca. Vediamo.

Ancora nel 1974, in Pietraroia, si narrava che, nel 1863, “le montagne di questo piccolo paese erano percorse da briganti tra i quali […] Angelo Varrone di Cusano. Costoro, con i loro compagni tra una scorreria e l’altra trovavano sicuro rifugio nella grotta alle <Rave> ben nascosta e inaccessibile, non molto lontana dalla tristamente località Caccaviola. Poiché tale grotta era come in effetti sembra introvabile e inespugnabile, agenti del generale Pallavicini convinsero un giovinetto, tal Nicola Amato, manutengolo, a fornire notizie utili alla cattura dei suoi compagni promettendo denaro e la vita salva per un suo congiunto. Per merito dell’Amato sorpresero nella grotta cinque briganti i quali visto vano ogni tentativo di mettersi in salvo, dopo lungo assedio e dopo aver ucciso un militare, si arresero. Tra essi vi erano un padre con il giovane figlio ed un certo Angelo Varrone. Si racconta pure che un soldato per rendersi conto della ferocia dei briganti promise incolumità al padre se in sua presenza avesse sgozzato il figlio. Ma al rifiuto, la medesima proposta rivolse al figlio che reagì con uno sputo. Legati e condotti a Pietraroia […], per tutta la notte urlarono implorando aiuto e incitando i paesani alla rivolta. Tutti udirono, nessuno intervenne. L’indomani […] uno di loro, il trombettiere, rotolandosi a valle riuscì a fuggire. Gli altri, saldamente legati furono giudicati e fucilati sul posto. Era trascorso mezzodì […] ”. (2)

Tanto, nei non pochi particolari, costituisce la maggior parte del racconto tramandato per decenni. E le prove documentarie?

Nel Registro dei morti per l’anno 1863, dell’Archivio comunale di Pietraroia, alle pagine 35-36-37-38 si rinvengono quattro atti riguardanti altrettanti braccianti di Cusano, tra i 22 e i 44 anni, i quali, uno a nome Angelo Varrone  nonché un padre e un figlio, morirono, per causa non precisata, nello stesso giorno, mese ed anno, ossia il 16 dicembre 1836, e tutti alla stessa ora: le tre dopo mezzodì. (3)

Più nel dettaglio, in documenti rinvenuti a  Benevento, nel Museo del Sannio, risulta che, nel dicembre del 1863, la banda di Angelo Varrone, sorpresa, in seguito a delazione, nella Grotta delle Fate, (4) tra i dirupi sopra Cusano, si arrese, dopo alcuni giorni di resistenza, alle truppe comandate da Andrea Amato di Pietraroia e dal generale Pallavicini.

Tradotti in Pietraroia, il capo e tre dei suoi vennero giustiziati; due rivoltosi si salvarono con la fuga e un disertore dell’esercito italiano fu condannato a 15 anni di lavori forzati. (5)

Nel 1974 si narrava pure che “Il delatore, e per il male cagionato e perché la taglia era stata riscossa da un suo omonimo uscì di senno e visse in miseria nella <grotta del ragno>”. (6)

Fin qui, ciò che resta del racconto. E le prove?

Informazioni, tratte in una ricerca successiva, da documenti del Comune di Pietraroia e dell’Archivio di Stato di Benevento, riferiscono che in seguito all’ episodio del dicembre 1863, già nel capodanno del’64 il sottoprefetto di Cerreto chiese al sindaco di Pietraroia il nome del delatore e quello rispose che a denunziare era stato tal Nicola Amato; per giunta sollecitò l’invio del premio in quanto egli stesso aveva anticipato una cospicua somma all’interessato che, con insistenza, chiedeva il dovuto. (7)

Tempo dopo, nel giugno del ’64, il sottoprefetto chiese, al sindaco e al giudice supplente, notizie dettagliate e riservate concernenti “Nicola Amato alias Còlagliùmàttu” –Nicola il matto–  in quanto aveva saputo che il detto non si allontanava più dal paese per tema di vendette da parte dei briganti; sicché non trovando più lavoro in Pietraroia, era pressoché ridotto a morir di fame. Il sindaco rispose che la notizia rispecchiava il vero e che l’Amato, campagnolo di mestiere e non più lavorando versava in una condizione economica sempre più grave; oltretutto, alla di lui madre venivano date in parte le rate del premio corrisposto dal Pallavicini. (8)

Nel 1974, infine, non erano in  pochi, a Pietraroia, coloro i quali, non più giovani, ancora ricordavano e, quasi a concludere la storia, dicevano del “vecchio <Cola gliù mattu> trovato morto” circa cinquanta anni prima “in contrada Potete”. (9)

___________

 1-Cfr. Rosario Di Lello, Alcuni episodi di brigantaggio postunitario nei territori di Cusano e Pietraroia, in “Annuario 1975”, Piedimonte Matese, Associazione Storica del Medio Volturno, 1975,  pp. 65-81.  2- Id. ibid.,  pp. 75-76. 3- Id., ibid., p. 76.  4- Vedi immagine. (Foto di R. Di Lell0, cit.) Il toponimo deriva –ritengo– dalla presenza, nella grotta, di sinuose, candide e suggestive stalagmiti. 5- Cfr. Rosario Di Lello, Giuliano R. Palumbo, Brigantaggio sul Matese.1860-1880, Benevento, Museo del Sannio, 1983, pp. 30-31 e 104-105, num. 118-124. 6- R. Di Lello, 1975, cit., p. 76.  7- Carmelina A. Mannato, 1860-1870 Cronache Beneventane tra Risorgimento e brigantaggio, Pro Loco Pietraroia-UNP.LI., 2014, p.46. 8- Id., ibid. p. 49. 9- R. Di Lello, 1975, cit., p. 76.

La grotta delle fate (Foto dell’autore)

 

 

 

 

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