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SI LANCIA DAL CASTELLO DI GIOIA SANNITICA E MUORE: UNA STREGA?

  She throws herself down from the castle of Gioia Sannitica and dies: a witch ?

ROSARIO DI LELLO|Allo stato della ricerca, ne racconta soltanto la tradizione, nondimeno, dal momento che la tradizione rispecchia, di solito, fatti accaduti in tempi più o meno lontani, questo in oggetto potrebbe essere un caso che attiene alla realtà, sotto certi aspetti.

Per una necessaria premessa storica, ricordo che uno studioso del luogo ha pubblicato, nell’ultimo quinquennio del XIX secolo: “Per quanto io sappia, di Gioia non vi è alcuno scrittore né antico né moderno che ne parli. Appena se ne incomincia a trovare il nome durante il Medio Evo” e, in quel periodo “uno dei Baroni Normandi di cui s’ignora il nome, […] si fabbricò , come tutti gli altri Baroni del tempo, l’attuale diruto, quasi inaccessibile Castello, onde difendere sè ed i suoi vassalli dalle scorrerie e rappresaglie delle masnate dei suoi colleghi, che in ciò gareggiavano”. Nel 1532,  l’imperatore Carlo V “eresse Gioia in feudo e ne fece concessione ad Ugone Villalumo” e questi, “nel 1534 vendette il feudo” e il fortilizio “interamente disabitato e abbandonato per la terribile peste”; (1) infatti, la moria era stata diffusa da Napoli “ne’ casali e di là nel resto del Regno” (2) e il valoroso cavaliere spagnolo, alienò Gioia “precipitosamente”. (3)

E veniamo alla tradizione e a quanto interessa il territorio, il tema e le evidenti analogie che, di rilievo, via via verranno alla luce. Innanzitutto mi pare non superfluo rammentare che, nell’Evo Moderno, Strega, in dialetto: Fattocchiara o Janara, (4) è stata ed è, nella credenza popolare, la donna brutta, cattiva e alleata con le forze del male, la quale pratica incantesimi e malefici. (5)

   Nell’Evo Antico, i Sanniti, molto religiosi, alla devozione associavano, tuttavia, animismo, antropomorfismo, teriomorfismo, feticismo e magia. Nuove usanze le acquisirono per mezzo delle culture greca e  latina, sicché, ad esempio, nel 268 a. C. i conquistatori romani vollero che il toponimo della città sannitica Maloenton venisse cambiato “col nome più augurale di Beneventum”, (6)  allo scopo, è chiaro, di scongiurare ogni eventuale malum eventum.

Ne conseguì che, se non da prima, i Sanniti, “dediti alle superstizioni”, così li definivano i contemporanei, (7) credettero nelle streghe; ma in quali? Nell’ Evo Antico è stato scritto, e qui si legge volto dal latino, di “quelle donne” –donne: persone, non divinità– (N. d. A.) le quali “stravolgono gli animi umani con incantesimi e veleni” e, a tal fine, “quando la luna offre la sua faccia raccolgono erbe dannose”; e non è tutto:  Canidia, “con la nera veste tirata su, a piedi nudi,  coi capelli discinti, ululante e Sagana, più attempata, orride nell’aspetto per il pallore” e invocanti dee dei malefici notturni e delle maledizioni, davano vita a differenti bestie “infernali” e compivano “cose orrende”. (8) Ancora nel  secolo scorso s’è sottolineato che le streghe, forse “derivazione” di antiche divinità sinistre, lugubri, mostruose, “erano dette negre e abbominandi”. (9)

Circa le streghe moderne, s’è ritenuto, nel dettaglio sul versante campano del Matese, che fossero “rugose e brutte”, uscissero al buio,  pure “durante l’infuriare dei venti” (10) e,  “assumendo […] le forme di vari animali” o aspetti diversi, arrecassero danni ingenti a persone e a cose; rinnegassero Dio e adorassero il demonio; fossero crudeli. “Una volta il loro luogo di riunione era Benevento, dove si trasferivano il venerdì notte […]. <<Sott’acqua i sotta véntu-sotto la nuci re Beneventu>>, […] sussurravano nel lanciarsi, spalmate di unguento ricavato da grasso di cadaveri” (11) e a cavalcioni di un manico di scopa, il che è significativo. Nella città sannitica, infatti, aveva luogo la festa nel corso della quale maliarde, demoni e Satana si univano in orgia sessuale, dopo di che davano vita, fino all’alba, ad un banchetto a base di cacciagione e carne umana. (12) Da notare che orge in onore di divinità vennero praticate già nell’Evo Antico (13) e  le radici storiche della saga relativa al sabba del noce risalgono agli anni precedenti il 1422. (14)

Gioia, più nel dettaglio, è stata luogo di “magie”, al pari di paesi limitrofi (15) ed ha avuto la sua maga passata alla tradizione. Al riguardo, già nei lontani ultimi anni Quaranta udii narrare, ricordo, di “una janara  caduta,  una notte, dal castello e morta sopra le rocce, perché il marito aveva messo dell’olio al posto del liquido magico che lei nascondeva in una bottiglietta e all’occorrenza usava, ungendosi il corpo, per poter buttarsi dalla finestra e volare”. Fin qui, la comune, sintetica leggenda. In seguito, nel 1985, ho letto che “il soprannaturale demoniaco” di Gioia è stato tramandato “nel racconto di Cesaria, una bella fanciulla (nascostamente janara […]) amata da Ugo Villalumo, poi scoperta mentre si ungeva con grasso di cadaveri e lanciatasi fuori del castello sentita ululare  per un mese, in alto, nella contrada”. (16)

L’episodio è stato riproposto nel terzo millennio e una versione, affine a quelle testé descritte, aggiunge che il fatto ebbe “a protagonisti” il “cavaliere di Villaluno” (sic) e “Cesaria (a volte Erbanina o Nerina) […] accusata di praticare riti magici” e, il “venerdì notte […] raggiungere le sue compagne sotto il noce di Benevento”.(17) Una non trascurabile variante mi sembra richiami il sabba e il conseguente castigo divino, in quanto riferisce che “in una delle stanze del castello Cesaria e Fabrizio il diabolico scudiero rinnovavano, ancora una volta, l’eterno incantesimo dell’amore con l’estasi, la paura di una relazione clandestina e la pratica di riti satanici”, ragion per cui, quando a “notte fonda”  il signore tradito li sorprese e “si gettò sui corpi nudi, brandendo un pugnale”, per punirli, lei “si lanciò dalle alte mura del castello finendo nella notte”; da allora, “nelle notti senza luna, l’ombra evanescente di Cesaria riappare e si aggira muta e dolente, con un incedere spettrale, tra le viuzze e le case della contrada”. (18) E tanto, se non la epidemia,  avrà indotto a immaginare che, offeso nell’onore, il cavaliere vendette Gioia, come all’inizio è stato detto: “precipitosamente”. Di recente, infine,  ho appreso, che qualcuno ha parlato di “lamenti, emessi dalla strega Erbanina, a tutt’oggi udibili, nel corso delle giornate ventose, nei boschi a monte e fin dentro i ruderi del castello”. (19)

E allora? Pur non volendo andare esclusivamente ad un’allegoria costituita da più fattori e attinente alla pestilenza che costrinse i sopravvissuti ad abbandonare l’abitato e il feudatario a cederlo, è dato pensare che, sulla vicenda di una fanciulla precipitata dalla rocca per una qualche causa effettiva, sia stato ricostruito, secondo le comuni tradizioni, ma con esigui dettagli, il mito della strega e l’immaginario collettivo l’abbia accettato: in esso, una giovane, ma non ripugnante nell’aspetto –come la vezzosa ninfa Nerina, una delle Nereidi che cavalcavano delfini e mostri marini– (20), megera in segreto e fedifraga, allo stesso modo delle altre si ungeva di notte, tra il venerdì e il sabato, si lanciava nel vuoto e volava –a cavallo di una scopa– fino al luogo d’incontro, sotto il noce, a Benevento– per convegni orgiastici; non solo: aveva ricevuto un contro-battesimo da Satana, nel corso di una così detta messa nera (21), era spietata, vestiva di nero e, simile ad un contagio, apportava danni finanche mortali, praticando la magia nera; forse per queste ragioni l’hanno chiamata Nerina, e Cesaria in quanto è probabile dal latinocaedo”, ovvero colpisco, percuoto, batto, abbatto, taglio, uccido, disfaccio, faccio a pezzi, immolo, rompo– si comportava al pari o peggio della peste–; Erbanina e il di lei lamento discontinuo sono stati ricondotti all’intermittente “sibilo del vento  che vien giù nella gola tra Monte  Erbano e Monte Monaco”, (22) se si esclude che lei raccogliesse e utilizzasse qualche erba particolare allo scopo o di unirla a grasso umano per le unzioni (23)  o di preparare intrugli magici. (24)

   In breve e fino alla prova del contrario, la strega di Gioia, sembra ricondurre alla malattia infettiva che, negli anni Trenta del ‘500, mieté vittime o, più realisticamente, ad una donna vissuta in quel periodo, ignota e, perciò, dai nomi diversi, caduta dal maniero e giudicata janara; comunque, rievoca, nell’essenza, le fattocchiare nostrane e perfino Canidia, anche questo nome è indicativo, l’etèra amata da Orazio che, con la rottura della loro relazione, la descrisse, s’è visto, in maniera satirica, (25)  più di duemila anni orsono, nella prima metà degli anni Trenta a. C.

___________

 

1- Giuseppe Mennone, Riassunto storico dell’antico Sannio, Piedimonte d’Alife, Bastone, 1895, pp. 123 e 127-129. Sui signori che tennero Gioia durante il Medioevo, cfr. Rosario Di Lello, Radici di Gioia Sannitica in un antico istrumento, in “Il Giornale di Caserta”, Caserta, XIII, 360 (2005) p. 17. 2- Salvatore De Renzi, Storia della medicina in Italia, Napoli, Filiatre Sebezio, voll. 5, III, 1848, pp. 573-574. 3- Dante B. Marrocco, Guida del Medio Volturno, Piedimonte Matese, Associazione Storica Medio Volturno (A.S.M.V.) 1985, p. 70. 4-Ferdinando Galiani, Vocabolario delle parole del dialetto napoletano, Napoli, Porcelli, 1783, I, pp. 144 e 181. 5- Cfr. AA.VV., Nuovo Dardano Dizionario della lingua Italiana, Roma, Curcio, 1982, p. 2081. 6– E.T. Salmon, Il Sannio e i Sanniti, Torino, Einaudi,1985, pp. 155-158 e 303. 7- Cfr. Tito Livio, Ab Urbe condita, nella edizione a c. d. G. e C. Vitali, Storia di Roma, Bologna, Zanichelli, 1968-1973, 13 voll., X, 38. Cfr. pure Rosario Di Lello, Un inedito quaderno di magie in diocesi di Alife-Caiazzo. Indizi e prove, ipotesi e certezze, pp. 60-61, in “Annuario 2018”, San Salvatore Telesino, Associazione Storica Valle Telesina, 2019, pp. 59-99. 8- Cfr. Quinto Orazio Flacco, Satyrae, Le satire, a c.d. Renato Ghiotto, Perugia, Newton Compton, 1978, I, 8, 20-26; II, 1, 48 e 8, 90. 9- Raffaello Marrocco, Memorie storiche di Piedimonte d’Alife, ivi, La Bodoniana, 1926, pp. 314315. 10- Id. ibid. 11-Dante B. Marrocco, Piedimonte Matese Storia e attualità, Piedimonte Matese, A.S. M.V., 1980, p. 439. 12- Francesca Capretta, Caccia alle streghe, s.l., Brocken, 1989, pp. 14-15. 13- Cfr. ad es. Antonio Emanuele Piedimonte, Nella terra delle janare, Napoli, Intra Moenia – Avellino, Corriere. Quotidiano dell’Irpinia, 2007, pp. 78-81.14- Cfr. Marina Montesano, La vita Barbati: culto longobardo e magia, pp.51-56, in “Studi beneventani”, Benevento, Associazione Storica Beneventana, 4-5, 1991, pp. 37-74. 15 Cfr. R. Di Lello, I segreti d’un guaritore, in “Rivista Storica del Sannio”, Napoli, Arte Tipografica,  XIII, 1 (2006) pp. 207-234. Id., Un inedito quaderno di magie, cit. 16- D. B. Marrocco, Guida del Medio Volturno, cit., p. 72. 17- Cfr. Nicolino Lombardi, Il borgo fra i borghi, il borgo antico di Gioia Sannitica, p. 21, in AA.VV. Gioia Sannitica. Della città e del borgo, Piedimonte Matese, Ikona, 2000, pp. 11-24. 18-Geppino Bojano, Leggende del Matese, Napoli, Guida, 2000, pp. 59-60. 19- Ref. prof. Vincenzo Galietti, Alvignanello, tel. 24-12-2019. 20- Decio Cinti, Dizionario mitologico, Milano, Sonzogno, 1990, pp. 198-199. 21– Cfr. F. Capretta, cit., p. 14. 22- V. Galietti, cit. 23– Cfr. F. Capretta, cit., p. 14. 24- Sugli effetti magici attribuiti a certi vegetali, sulla preparazione e sull’utilizzo, cfr. R. Di Lello, Un inedito quaderno di magie, cit., pp. 71, 78 e 86. 5- Cfr. Ferruccio Calonghi, Dizionario latino-italiano, Torino, Rosenberg & Sellier, 1967, c. 395.

 

 

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