RUBRICA DI PSICHIATRIA: L’INTOSSICAZIONE ALCOLICA CRONICA

 *Antonio Cantelmo| L’assunzione continuativa ed eccessiva di sostanze alcoliche è responsabile di alterazioni ingravescenti della personalità e in numero di casi che viene stimato al 15-20%  circa, della comparsa di psicosi acute, sub-acute e croniche. La definizione di “alcolista” non riesce ad esprimere compiutamente un problema che avendo agganci multidisciplinari non può essere relegato solo entro un’ottica psichiatrica. Se è vero, come è vero, che l’alcolismo è in continuo aumento abbiamo la prova che non si tratta solo di un fenomeno individuale, ma dell’espressione della variabilità socio-culturale. Pertanto, in una determinata società e in un determinato momento, il ricorso all’alcol assume dimensioni più vaste perché si verificano con maggiore intensità quelle condizioni che spingono l’uomo a cercare nell’ebbrezza alcolica l’unica soluzione esistenziale. Peraltro, l’ambiguità e la contraddittorietà che caratterizzano la società contemporanea non fanno che aggravare la situazione. D’altra parte viene consentita una pubblicità senza limiti agli alcolici propagandati come sorgenti di energia, come modello di vita o come medicamenti provvidenziali (“dilatano le coronarie”…).  La stampa, la pubblicità televisiva (l’uomo elegante che brinda col brandy e che non deve chiedere mai…), internet, ecc. , offrono ripetutamente l’invito ad usare questo o quell’alcolico o superalcolico; sicché il bere viene ad assumere il significato di un comportamento conforme alle aspettative sociali. Del resto la società condanna l’alcolista, lo allontana dal proprio contesto e nella più benevola dell’ipotesi lo considera un malato, mentre nella più malevola lo degrada a “vizioso”. Trattasi di fenomeni nei quali lo psichiatra può apportare il proprio contributo solo in piccola parte, ma che richiedono l’intervento multidisciplinare e in particolar modo la volontà politica di affrontare globalmente il problema. Non ritengo di poter considerare psicotico come spesso fanno “altri”, l’alcolista abituale e quello occasionale. L’abuso di alcolici conduce ad alterazioni della personalità che alla fine possono sfociare in un quadro pseudodemenziale. Studiando bambini che poi diventati adulti si danno all’alcol, si è capito che essi presentano un notevole bisogno di dipendenza, senza tuttavia realizzarlo e quindi con una certa tendenza a rifiutare i rapporti sociali. Quanto osservato confermerebbe la constatazione di un sentimento di solitudine e di isolamento riscontrati negli alcolisti. Ma non tutti gli alcolisti bevono per vincere il senso di solitudine: non bisogna dimenticare che esistono bevitori incalliti i quali non manifestano disturbi né somatici né psichici. Lo studio della personalità dell’alcolista non ha alcun valore, se non inquadrato in quello della famiglia e della società nelle quali vive. Nel 65% circa il padre dell’alcolista è alcolista : in questi casi si ha l’adozione di un modello comportamentale prevalente per un processo di identificazione paterna. Infatti quando i figli di alcolisti sono adottati da famiglie non alcoliste tale percentuale si abbassa drasticamente. L’età di inizio, secondo personali ricerche effettuate (anche nel nostro territorio dell’alto casertano), avviene nel 45% dei casi al di sotto dei 20 anni.

Nelle donne scende al 30% con inizio tra i 20 e i 30 anni. L’importanza della struttura familiare è evidente se si pensa che gli uomini che hanno iniziato a bere dopo il matrimonio sono solo il 40%, mentre le donne che sono diventate alcoliste dopo essersi sposate sono ben il 60%. La percentuale di coniugi che hanno preso a bere quando si è instaurata una discordia in famiglia è dell’80%. Se si considerano i rapporti interpersonali tra coniugi si rileva che il 50% degli uomini diventati bevitori dopo il matrimonio considera la moglie come “comprensiva” (regressione ad un rapporto edipico?), il40% la vive come “autoritaria” e solo il 10% la definisce “infedele”. La dipendenza psichica e biologica si stabilizza gradualmente con una serie di ritualizzazioni che l’affiancano alla nevrosi coatta. L’alcolomane  dapprima beve di nascosto per soddisfare il suo bisogno, poi superato l’iniziale sentimento di colpa cerca di razionalizzare il proprio atteggiamento di fronte all’alcol fornendo giustificazioni dalle quali i familiari o gli amici dovrebbero dedurre che potrebbe anche non bere e se beve è perché ha le sue buone ragioni per farlo. E’ in questo stadio che comincia la cosiddetta “malafede” dell’alcolista; ad essa si aggiunge una carica di aggressività quando le sue giustificazioni distorte non sono più accettate dal contesto sociale. Man mano che l’assunzione di alcol diventa più frequente e abbondante, sempre più la personalità è disturbata e i rapporti interpersonali peggiorano. In uno stadio più avanzato compaiono turbe del carattere, del senso etico, litigiosità, e violenza. A questo punto non nasconde il bisogno di ubriacarsi e non prova alcun senso di colpa. L’ostilità verso la moglie è aumentata dall’indebolimento della “potenza” sessuale: iniziano cosi ad affiorare le idee di gelosia. Il passaggio alla cronicità è annunciato dal bisogno di bere anche di mattino,  l’efficienza delle prestazioni psichiche scende a livelli sempre più bassi e compaiono fini tremori distali alle mani e alla lingua. Ai disturbi della personalità si aggiungono disturbi neurologici (tremori, mioclonie, polineuriti), dell’apparato digerente (gastrite, epatopatia) e dell’apparato cardiovascolare (miocardiosclerosi, ipertensione arteriosa). Nello stadio finale l’alcolista perde ogni controllo e rinuncia ad ogni lotta: la dipendenza è totale. E’ in quest’ultima fase che perde ogni norma morale, nella quale compaiono gravi turbe dell’umore ( le esplosioni di collera).

Dott. Antonio Cantelmo:  Medico-Chirurgo, Specialista in Psicologia Clinica e Psichiatria, Dirigente Medico UOC di Medicina Generale e Pronto Soccorso ASL Caserta, Socio della Società Italiana di Psichiatria – Pratella (CE) – antonio.cantelmo@libero.it – 330/659140

 

 

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