SOCIOLOGIA- TROPPO SCIACALLAGGIO MEDIATICO: UNA LETTRICE CI SCRIVE

Gentile Dottoressa Marra
mi chiamo Giusy ho 23 anni e studio giurisprudenza,tra le mie passioni c’è quella per la lettura, non seguo un genere particolare, diciamo che leggo ogni cosa che mi permette di conoscere un argomento nuovo. Ho notato in questo ultimo mese una evidente confusione comunicativa, omissioni, occultamento della notizia, confusione terminologica, insomma una serie di anomalie che rientrano a pieno nel cosiddetto “sciacallaggio mediatico” a limite del reato di procurato allarme. Secondo Lei le cause di questo atteggiamento risiendono nel protagonismo dell’individuo o nella società sempre piu minimalista e poco incline alla presunzione di pretendere una sana informazione ?

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*Roberta Marra|Carissima Giusy, Cerco di essere il più possibile sintetica e soprattutto chiara​ anche se, la complessità della società odierna non ha precedenti nella storia; per due principali motivi che interessano l’ambito della comunicazione e sono:​ l’abbondanza degli strumenti disponibili e un’ampiezza di diffusione dell’informazione, in particolar modo i mezzi di comunicazione di massa; avviando, pertanto, un processo di persuasione dato dall’irruenza della notizia che irrompe nella nostra quotidianità con eccessiva “violenza” tanto da destabilizzare l’individuo. La notizia quando arriva a noi utenti non è fine a se stessa, le categorie che si prestano alla notizia sono scomponibili in due divisioni: ci sono coloro che la interpretano in termini miracolistici e chi invece la vive come un vero e proprio trauma. Da qui la metamorfosi dello stato emotivo dell’individuo, che si presenta con l’angoscia, pertanto uno stato inconscio di incontrollabilità dell’evento, che solo successivamente con la continuità della notizia che si ripete nel quotidiano, attraverso approfondimenti, il più delle volte approssimativi, si tramuta in paura. Emozione altrettanto forte, ma sicuramente gestibile. Da qui l’ulitlizzo distorto ed improprio dell’informazione, da parte di chi la fa, attraverso, testimonianze poco attendibili, prese spesso anche dal web che tal volta generano preoccupazioni a limite del procurato allarme. Ma nel sisitema attuale l’unico interesse è dato dai numeri e non dalla qualità dell’informazione.L’avvento di questo nuovo modo di comunicare ha esercitato, sul nascente sistema sociale post- II conflitto mondiale, una forte pressione, tanto da innescare meccanismi irrazionali che portano all’origine di una comunicazione basata su fatti, ma principalmente composta da opinioni, occupando uno spazio intermedio che sta tra il vero e il falso.​ La posizione di mezzo è generata dal fatto che si parte da una notizia vera, ma diventa falsa nel momento in cui si ricorre a tecniche che​ enfatizzano la stessa.
Questo sta a significare che vi è una oscurità linguistica che è sinonimo di inganno ma anche un’ oscurità linguistica prodotta da espressioni di rottura, ossia quelle verità nascoste che producono un prospetto diverso o ampliano una dimensione già esistente.Non dobbiamo perdere mai di vista che il mezzo mediatico e l’informazione in generale media tra la società e i piani alti di essa, è brutto da dirsi ma noi siamo semplicemente dei burattini, e se il nostro sapere è generato dall’informazione non pura vale a dire che il processo comunicativo tra gli informatori e il lettore muore sul nascere,​ perché viene dato per scontato che quanto letto potrebbe essere come no,​ che sia vero,​ pertanto ricorrere al concetto di oggettività sarebbe cosa buona e giusta. Solo essa può permettere la controllabilità e la flessibilità dell’informazione, quella che sempre più spesso non si riscontra; il giornalismo deve essere ricco di verità e non di pura interpretazione.​ La bussola a cui tener fede,il giornalismo, quindi il giornalista,​ è quella della morale: che gli permetterà di far udire sia la propria coscienza che quella degli altri.​
A quanto pare non sia semplice esercitare la propria coscienza, tutto nasce dalla cultura di onestà del singolo individuo, ma va considerata come una delle caratteristiche importanti, più di qualsiasi altro aspetto che nella professione giornalistica farebbe la differenza. L ’ormai continuo menefreghismo del giornalista e delle testate giornalistiche ha ridotto​ il professionista dell’informazione a un vero e proprio sciacallo. E’ possibile costatare ciò attraverso l’operato dei media nei confronti dei casi di cronaca che si sono succeduti negli ultimi anni nel nostro paese, dove è stato possibile ampiamente riscontrare la sete di successo la voglia di apparire; trasformando i luoghi di un delitto in mete turistiche. L’informazione non ha più confini, il diritto di cronaca prevale su tutto perfino sugli stati d’animo e i sentimenti, come accade per i protagonisti e familiari delle tragedia di cui sentiamo parlare tutti i giorni. La cronaca diviene sempre più strumento di pubblicità, contribuendo alla deturpazione del sistema informativo, evidenziando la povertà d’animo e l’opportunismo mediatico. La metodologia è cambiata, cambia la società e ci si adegua, ma con essa, certamente non sono cambiati i principi cardini dell’informazione: l’obiettività, il controllo verso le fonti. Quando l’utente è posto dinanzi ai grandi eventi traumatici che la cronaca ci propone,ad esempio,come il dilagarsi della guerra in occidente piuttosto che gli attentati terroristici che travolgono il mondo o solo l’Europa, il nostro sentire e sapere ha rilevato la fragilità dell’impianto che produce informazione. E’ constatabile quanto appena detto, dall’approssimazione delle informazione, poca cultura nella lettura dei fatti e dei personaggi che vengono menzionati. L’informazione è evidente che è contaminata. Il dovere di informare non necessita di pretese, o di approcci da manuale, è un diritto che solo chi possiede la patente del buonsenso può garantirci.

*dott.ssa Roberta Marra-Sociologa.

 

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