CORONAVIRUS, LE POLVERI SOTTILI POTREBBERO ACCELERARE  IL CONTAGIO

*Luigi Ferritto|Le polveri sottili “accelerano la diffusione dell’infezione” del nuovo coronavirus, al nord e in particolare nella Pianura Padana. E’ quanto emerge da uno studio della Società  italiana di medicina ambientale (Sima) con le Università  di Bologna e Bari.

Polveri sottili e coronavirus, lo studio
In particolare Leonardo Setti dell’Università  di Bologna e Gianluigi de Gennaro dell’Università  di Bari hanno incrociato i dati di qualità  dell’aria e dei contagi da Covid-19 nel periodo 10- 29 febbraio. Da un lato infatti sono stati esaminati i dati provenienti dalle centraline di rilevamento delle Arpa, le agenzie regionali per la protezione ambientale, dall’altra i dati del contagio riportati dalla Protezione Civile, aggiornati al 3 marzo ( questo al fine di considerare il tempo di incubazione medio di 14 giorni per i quali si manifestano i sintomi ). Le analisi evidenziano una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di Pm10 e PM2,5 e il numero di casi infetti da Covid-19.
Le polveri sottili avrebbero così esercitato un cosiddetto ‘boost’, ovvero accelerazione nel contagio dell’infezione. Le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio in Pianura Padana hanno prodotto un’accelerazione alla diffusione del Covid19. L’effetto è più evidente in quelle province dove ci sono stati i primi focolai. Di fatto le polveri sottili fungono da nuclei di trasporto ( cosiddetti Carriers ) per il virus, che proprio grazie a loro può fluttuare a più elevate concentrazioni nell’aria ma anche viaggiare a più  lunghe distanze: la loro azione potrebbe essere paragonata proprio alla stretta di mano che dobbiamo evitare. Più ci sono polveri sottili, più si creano autostrade per i contagi. E’ necessario ridurre al minimo le emissioni. Questo risultato mette altresì in evidenza un altro problema: l’attuale distanza considerata di sicurezza di un metro potrebbe non essere sufficiente.

Ma la prudenza è d’obbligo
Tuttavia, come sottolineano gli autori stessi, questo potrebbe essere soltanto uno dei fattori. Bisogna ricordare che ci sono ovviamente altri elementi che hanno sostenuto l’infezione del nuovo coronavirus nel nord di cui al momento non abbiamo certezza, banalmente legati alla presenza di uno o più pazienti positivi al nord invece che al sud e alla formazione qui dei focolai. Inoltre, i numeri e il conteggio dei contagiati può aver subito diverse alterazioni, dalla comparsa dei primi casi in Italia nella data del 21 febbraio fino al 3 marzo (data in cui si conclude l’osservazione degli autori), dovute a vari fattori, sanitari e di altra natura: il numero di contagiati potrebbe anche essere sottostimato e dunque non avere esattamente l’andamento studiato, considerando le persone positive ma asintomatiche che non sono stati rilevati.
In ogni caso lo studio fornisce una prima indicazione del fatto che anche l’inquinamento possa aver fatto la sua parte, come scrivono gli autori nelle conclusioni. La ricerca, spiegano, è fra l’altro coerente con i dati di altre ricerche sullo stesso tema: studi precedenti avevano dimostrato, ad esempio, che l’aviaria può essere veicolata per lunghe distanze attraverso tempeste asiatiche di polveri che trasportano il virus  e questo è stato dimostrato anche in alcune epidemie di morbillo.

*Dott. Luigi Ferritto  Medico-Chirurgo  Specialista in Pneumologia.

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Iscritto all'ordine nazionale dei giornalisti, già direttore e fondatore della testata giornalistica italianews24.net e attualmente alla direzione di Casertasera.it. Collaboratore di numerose testate nazionali e locali.

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