EPIDEMIE: CAUSE, PREVENZIONE E CURE NELL’EVO ANTICO

 Epidemics: causes, preventions and treatment in ancient times (Preliminary note)

ROSARIO DI LELLO|A proposito della malattia contagiosa, dovuta alla diffusione del Coronavirus e tanto attuale, in questo periodo, anche qui da noi in Campania, ho scritto che vado conducendo un’indagine attinente a epidemie sviluppatesi in Italia, dall’Evo Antico, sicché, delle numerose interessanti informazioni acquisite, ne ho riportate, in sintesi, alcune concernenti il novero di decine di morbi manifestatisi, secolo dopo secolo (1).  In questa sede, invece, porterò, sempre in compendio di testo e bibliografia, altre notizie su cause, prevenzioni e cure di contagi nell’Età Antica. Nell’ affrontare l’argomento,  aggiungo che, in merito, non m’è stato possibile prescindere da qualche riferimento a paesi che affacciano sul Mediterraneo, in quanto, come si avrà  modo di constatare, la nostra cultura non poco ha attinto dalla loro.

Ebbene, com’è noto, le affezioni oggetto del tema hanno, ciascuna, causa e concause differenti e, purtroppo,  nel mondo antico non si conobbe la cagione di questa o di quella affezione;  tuttavia , col tempo, di non poche vennero intuite almeno le concause e descritti i sintomi, talvolta con                      chiarezza, talaltra in modo approssimativo, altre volte in maniera insufficiente e perciò incomprensibile.

Circa le cause,  si legge nella Bibbia che il Signore ordinò a Mosè di togliere la cenere dal camino e gettarla in aria affinché, spandendosi per ogni dove, provocasse agli Egiziani ulcere e grosse vescicole. In seguito, Mosè ordinò agli Anziani di macchiare, col sangue di animali sacrificati. gli stipiti e l’architrave degli usci, talché il Signore, passando per flagellare gli Egiziani e vedendo quei segni, sarebbe andato oltre le case del popolo suo e non avrebbe permesso allo sterminatore di entrarvi a portare la morte. (2) L’ira di Dio, la polvere venefica e le macchie sopra le porte verranno prese in considerazione, in analoghe circostanze, altresì nel corso del Medioevo e l’Età Moderna.

La credenza comune ritenne pure che un morbo insorgesse e si propagasse per il volere da “improvvisa ira degli dei”. (3)   Col passar del tempo, la letteratura, più  realisticamente, parlò di contagio e  ne individuò i motivi innanzitutto nel contatto degli esseri viventi, nonché nell’insalubrità dell’aria, nella siccità, nel clima torrido e umido, nella presenza di bestie immonde sul territorio, nell’inquinamento delle acque, nel deterioramento delle derrate alimentari, anche se tutti, di solito, ricondotti alla collera degli dei (4)  provocata da errori umani. Non mancò chi scrisse di semi, ossia di  animaletti minuti che, invisibili ad occhio nudo, per mezzo dell’aria penetravano attraverso il naso e la bocca nel corpo e vi provocavano malattie gravi. (5) Vi fu anche chi  ritenne che un flagello avrebbe potuto avere inizio quando gente ostile avesse  sparso in giro sostanze tossiche (6)  o gettato veleni nelle cisterne di una contrada. (7)  e chi avanzò l’ipotesi che la peste attaccasse gli animali, prima di colpire l’uomo.. (8) Comunque, il considerare le patogenesi alla luce delle attuali conoscenze, ci porta a concludere che già nell’Evo Antico qualcuno aveva presentito, per quanto genericamente, il ruolo di animali, quale concausa, nella trasmissione delle epidemie. (9)

Per quanto riguarda prevenzione e difesa dalle malattie, la civiltà del tempo le esercitò con la lotta agli insetti nocivi, cacciandoli in modo meccanico; lavando i pavimenti con opportune soluzioni; disinfestando l’aria con suffumigi; utilizzando zanzariere. Diede importanza all’igiene: dei neonati, prestando attenzione a fasce, culla e corpo; degli adulti, coi bagni; dell’alimentazione; degli edifici pubblici e privati; delle acque potabili, superficiali e di scarico; consigliò di viaggiare, passeggiare, evitare i rapporti sessuali. (10)

La terapia, pur essa generica, era chirurgica e, d’elezione, medica. Questa, all’occorrenza, fece ricorso a metodi generali: salassi, ventose, purganti, emetici, enteroclismi, sudorazioni, frizioni, motilità, diete; utilizzò farmaci di solito associati, non specifici, provenienti dai regni minerale, animale, vegetale. (11)

   Nelle circostanze critiche si fece ricorso specialmente agli dei. I Greci credevano che il divino Apollo fosse in grado tanto di generare infermità, scoccando i suoi dardi pestilenziali, quanto di guarirne gli infermi con le sue erbe medicinali; credevano, inoltre, che avesse trasmesso a suo figlio Asclepio il potere di sanare ogni affezione; (12) era, perciò, opinione diffusa che le epidemie potessero essere scongiurate ricorrendo alla divinità, innanzitutto, e alle arti magiche. (13)

La cultura greca esercitò influsso considerevole su quella del Mezzogiorno d’Italia e sulla romana e questa ne ebbe anche sulla cultura della Campania e del Sannio;  a proposito, basta tener presente che l’Apollo dei Romani fu importato dalla Grecia, pari, pari, con le sue attribuzioni e il suo mito. Non solo: verrà introdotto in Roma pure il culto di Esculapio, l’Asclepio dei Greci.

Per quanto concerne il ricorso alla religione in occasione di pestilenze, rammento qualche indicativo provvedimento adottato di volta in volta: nel corso del V secolo a. C , il popolo rese pubbliche preghiere di espiazione; fece voto di un tempio ad Apollo; individui professatisi indovini praticarono, a scopo di lucro e per un certo tempo, nuovi riti superstiziosi; i magistrati provvidero a che si venerassero non altri dei se non quelli di Roma e non si praticassero forme di culto diverse dalle tradizionali; venne introdotto a Roma il primo lectisternio, rito che,  dedicato ad Apollo e ad altre divinità, consisteva nell’adagiare su tre cuscini statuette di numi e, davanti ad esse, preparare una ricca imbandigione per la gente. (14)

Nel IV secolo a. C., si fece strada perfino la superstizione di istituire spettacoli teatrali e, dopo l’insuccesso degli stessi, di riprendere la cerimonia di un antico scongiuro costituito dall’infissione del chiodo espiatorio nelle mura di un tempio, per mano del dittatore in carica. (15)

Nel III secolo a.C., si trovò scritto doversi portare da Epidauro a Roma il simulacro di Esculapio. Ma il male scomparve dopo che emissari mandativi ne fecero ritorno con un grosso serpente sacro prelevato nel tempio di  Asclepio. (16)

Non è improbabile, però, che anche l’inefficace ricorso alle proprie divinità  abbia fatto adottare provvedimenti a carico di altre religioni, come nel 19 d.C., ai tempi dell’ imperatore Tiberio, quando il senato abolì i culti egizi e giudaici, arruolò i giovani israeliti per luoghi malsani e minacciò di espellere gli altri se non avessero abiurato quella loro “infetta superstizione” (17) o, come nel II-III secolo, allorché  i “giudei” vennero accusati di venerare gli angeli e di dedicarsi alla negromanzia, “circa la quale Mosè era stato loro maestro”. (18)

Nel 472, tre eventi drammatici colpirono la Città Eterna; si trattò di carestia, di saccheggio e di pestilenza. Si sostenne che cagione di tanta iattura era stata l’abolizione dei Lupercalia, festa tradizionale in onore di Fauno, celebrata con significato di purificazione e fecondazione e con reminiscenze di antichi sacrifici umani. (19)  Quei tragici eventi precorsero di quattro anni e quasi annunciarono la fine dell’Impero Romano d’Occidente e, con essa, l’inizio del Medioevo e molte epidemie; ma questa è altra storia.

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1- Cfr. R. Di Lello, Epidemie: dagli dei al Coronavirus (Nota preliminare), in “Quattro passi nella storia”, Casertasera.it (11-3-2020) . 2- Esodo, IX, 8-10; XII, 21-23.  3- Tito Livio, Dalla fondazione di Roma, III, 6-7 e 32. 4- Cfr. Tucidide, Storie, II, 47-54, nonché Lucrezio e Plinio, in G. Penso, La medicina romana, Paris, Ciba-Geigy, 1985,pp. 495-499.  5- Varrone, in G. Penso, cit.,  pp. 496 e 498.  6- Livio, cit., VIII, 17-18. 7- Tucidide, cit. Livio, cit. 8- Ovidio in W. Schreiber e F. K. Mathis, Infectio, Basilea, Roche, 1991, p. 28.  9- Cfr. C. D’Amato, Vita e costumi dei Romani antichi, La medicina, Roma, Quasar, 1993, pp. 68-69. 10- Cfr. G. Penso, cit.,  pp. 508-573. 11- Id., p. 433. 12- Omero, Iliade, I, 10-15; 47-68. D. Cinti, Dizionario mitologico, Milano, Sonzogno, 1990, pp. 32-33; 41.  13- Tucidide, cit. Plutarco, in R. Flacelière, La vita quotidiana in Grecia nel secolo di Pericle, Milano, BUR, 1995, p. 244, nt. 6. 14- Livo, cit.,  IV, 21; 25; 30 e 52. V, 13. 15- Id., VII, 1-3. 16- Id., X, 47. Cfr. altresì G. Penso, cit., pp. 35-39. 17- Cfr. Svetonio, ViteTib, 36; Tacito, Annali, II, 85. 18- Celso, Il discorso della verità, I, 26 a. 19- Cfr. C. Rendina, I papi. Storia e segreti, Roma, Newton & Compton, 1996, pp. 94e 99. Cfr. pure D. Cinti, cit., p. 171.

 

 

 

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Iscritto all'ordine nazionale dei giornalisti, già direttore e fondatore della testata giornalistica italianews24.net e attualmente alla direzione di Casertasera.it. Collaboratore di numerose testate nazionali e locali.

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