EPIDEMIE: CAUSE, PREVENZIONI E TRATTAMENTI NELL’EVO MODERNO

Mi permetta il Lettore di dedicare questo articolo conclusivo e i tre precedenti ai miei colleghi medici, agli infermieri e agli ausiliari che hanno combattuto e che combattono il Coronavirus e, per questo, hanno già conseguito un insuperabile merito nella missione umanitaria e nella Storia...         

Epidemics: causes, preventions and treatment in modern times (Preliminary note).

  ROSARIO DI LELLO|A proposito della malattia infettiva da Coronavirus e di un’indagine che ho condotto su computo, cagioni, prevenzioni e cure nella storia delle epidemie in Italia, m’è sembrato non superfluo, come per i tre precedenti articoli, (1)  riportare qui di seguito, delle tante, alcune notizie attinenti anche all’Età Moderna, sempre in sintesi e con qualche tacito riferimento a quanto già scritto, in merito all’Evo Antico e al Medio, al fine di porre in evidenza il ripetersi di taluni modi di pensare, intendere e agire, a distanza di secoli.

La causa dei contagi rimase sconosciuta pure dall’inizio e per un buon tratto dell’Evo Moderno, benché di alcuni siano stati esposti i sintomi  con precisione. Insomma, in quel periodo si ipotizzò ancora che un morbo potesse essere indotto da proprietà nocive dell’aria ambiente, da semi, cioè germi invisibili (2) o,  come rilevò un medico negli anni Trenta del ‘600, dall’aria resa esiziale da sciami di insetti o da minerali velenosi. (3)

Non solo, in quei frangenti, si diede nuovamente credito a colpe inventate dall’ignoranza e dal pregiudizio, sicché, non di rado, ignoranza e pregiudizio produssero danni, come si evince già da pochi esempi. In occasione della ferale pestilenza che, a inaugurare, appunto, l’Età Moderna a due mesi dall’inizio, si era abbattuta sul regno di Napoli, nel gennaio del 1493, una cronaca registrò che  gli Ebrei , espulsi  dalla Spagna, in gran numero e giunti nella capitale nell’agosto del ’92, erano stati causa della moria che, dal 6 di gennaio quando aveva avuto inizio al settembre quando ebbe termine, aveva portato alla tomba 3000 cristiani e 2000 giudei. (4)

Durante l’epidemia del 1630 –quella romanzata e resa celebre dal Manzoni nei Promessi Sposi– dapprima si pensò, al solito, ad una cometa e a spiriti infernali, poi ai peli della barba di un noto medico locale; in seguito si ripeté dovunque la persecuzione a carico di innocenti nonché la caccia agli untori ritenuti artefici di ogni macchia comparsa sui muri e prova di attentato alla salute pubblica; pertanto ogni individuo sorpreso a manipolare quelle macchie veniva giudicato reo di veneficio e mandato a morte. (5) Nel Beneventano, le autorità competenti si attivarono per avere nelle mani due uomini di nazionalità ebrea i quali andavano versando, in acquasantiere, pozzi, sorgenti e cisterne, pallottole che producevano male contagioso in chi avesse toccato  e bevuto quelle acque. (6)

I fatti ricordati, a mo’ di rivalsa, pare, contro gli Ebrei, ne riconducono alla mente altri descritti come accaduti durante due morbi nei secoli VI e VII e, di conseguenza, dalla Bibbia, la manipolazione delle macchie di sangue ordinate, su muri e stipiti, da Mosè e da Aronne, per agevolare la fine di tutti i primogeniti d’Egitto e l’esodo degli israeliti, come pure  la punizione operata da due angeli, esecutori della vendetta divina. (7)

Motivi frutto di immaginazione videro la luce anche nella Quaresima del 1656, quando una pestilenza di considerevoli proporzioni colpì il regno di Napoli. Ne venne attribuita l’origine all’ira del Signore e a influenze astrali come in passato, a un incipiente giudizio universale e, addirittura, agli antigienici maiali di sant’Antonio Abate; ne conseguì, a carico dei porci, che le sacre mandrie, fino a quei giorni libere, per immunità ecclesiastica, di vagare in città –e non soltanto– in cerca di cibo, furono messe al bando e confinate sul Monte Tifata. Quando ci si rese conto, però, che la gente moriva in più larga misura, si insinuò di polveri letali sparse ad arte,  da cospiratori diabolici e di nazionalità diversa –forse anche giudaica– nell’acqua benedetta delle chiese e su monete, cibi e piazze. Per giunta, il popolo ritenne di aver individuato i responsabili e li soppresse; al fine di porre termine al linciaggio, la “giustizia” ufficiale si inventò altri colpevoli, li arrestò, li processò e li condannò a morte. (8)

Per quanto concerne la prevenzione, dati non trascurabili si evincono da una disposizione emessa dal re di Napoli, in occasione della  detta  ferale epidemia che, coinvolse la capitale nel 1493. Nella circostanza, il bando, circa i rimedi per espellere il morbo, ordinava, sotto pene diverse, che i mendicanti, causa certissima di contagio per il loro modo di vivere, lasciassero la città, nel termine di due giorni, le scuole venissero chiuse ed aboliti incontri e riunioni. I medici e altri deputati al trattamento, portassero distintivi di riconoscimento. Venissero assegnati a cristiani e a giudei ammorbati luoghi di ricovero. I giudei sani andassero a stare, ricevuti, in altre paesi e ritornassero in Napoli soltanto se muniti della dovuta licenza. Nessuno presumesse ingiuriare o dar fastidio ai giudei. I contagiati se proprietari di cani e gatti ammazzassero immediatamente i detti loro animali.(9)

Soluzione consueta, oltre l’igiene personale, alimentare e ambientale, rimase la fuga, anche nel  1527, allorché, a cagione di  una pestilenza che crudelmente infieriva nel Regno di Napoli, persone illustri se n’andarono al fine di sopravvivere. (10)

Nel 1630 si riparlò di bollette della sanità, ossia di attestati sullo stato di salute e sulla salubrità dei paesi, per individui che si fossero recati da un luogo all’altro, nonché di strutture in cui accogliere gli appestati.  (11) A quarantene nel proprio domicilio e a  isolamenti in lazzaretti e ospedali si fece appello nel  1657; così pure a degenze in ospizi di convalescenza e a cordoni vigilati per impedire nuovi arrivi nel regno dall’estero. Non mancarono le fughe, sui monti, nei villaggi campestri o nelle ville proprie, senonché, nel timore della contaminazione, gli abitanti accolsero sovente a fucilate i profughi. Insomma, così come in passato, la gente rifugiandosi altrove prendeva, unica ritenuta efficace, la così detta pillola del tribus ossia, “cede cito, longisque abi serusque reverte”,(12), parti subito, vai lontano e  torna tardi. A Pietraroia (BN), invece, gli abitanti del luogo credettero che “Haec tria tabificam pellunt adverbia pestem” (13) ovvero, che  quei tre avverbi espellono la peste; non solo, dove, appunto, sulla facciata di una casa colonica, lessi  ancora murata la detta lapide, anni or sono, in località Metole –o Medele? Cioè cure– (14) era stato allestito, è verosimile, un lazzaretto.

La terapia, almeno per i sintomi di una malattia infettiva, utilizzava, sempre, farmaci di origine minerale, vegetale e animale. Qualcuno che si faceva passare per chimico aveva approntato una medicina che garantiva  prodigiosa, ma che, invece, accelerava  la morte. (15) E poi? Non rimaneva che  fare appello a Dio, alla Madonna e ai santi. Ogni città, paese, borgo aveva il suo protettore e, all’occorrenza, vi si rivolgeva; ma alcuni santi, quattordici pare, ebbero, nello specifico, credito maggiore.(16)  E così si ricorse a pubbliche esposizioni di reliquie, preghiere e processioni, come a partire dal 1348 quando una epidemia, forse proveniente dalla Cina, travolse mezzo mondo. (17)

  Ancorché non al pari dei santi, pure i medici furono degni di stima. Nell’esercizio della professione, ancora negli anni Trenta del ‘600 si proteggevano con un abito, di stoffe particolari e di vecchia invenzione –data la fine, è chiaro, di non pochi loro colleghi–, costituito da camicia, pantaloni legati alle tomaie di scarpe polacchine, veste lunga fino alle caviglie, cappuccio e maschera con lenti di cristallo a protezione degli occhi e naso a becco, con narici, contenente sostanze per la disinfezione dell’aria inspirata, guanti, cappello a falda larga e bastone (18) per toccare l’infermo, tenendovisi a distanza di sicurezza. E vi fu anche chi, un buon medico, dei quartieri popolari, nel corso della pestilenza del 1656 a Napoli scendeva in piazza, denunciava la presenza del male dovuto a contatti umani, parlava alla gente, la correggeva e l’istruiva; ma poiché ledeva gli interessi del traffico, del commercio e del guadagno, fu chiuso in oscure prigioni, vi contrasse il morbo e ottenne appena la grazia di andare a morire a casa sua.(19)  Dunque, niente era mutato nel corso del tempo.

Dal secolo successivo, la messa in discussione delle vecchie teorie eziopatogenetiche, l’indagine scientifica con la caccia sempre più accanita all’agente patogeno –non già all’untore– la scoperta di microrganismi e, perciò, la individuazione di cause epidemiche  differenti, la produzione di vaccini, sulfamidici e antibiotici, e quindi prevenzione e terapia con farmaci specifici, (20) nonché il lavoro e, non di rado, il sacrificio di personale addetto, hanno salvato migliaia di vite umane, come da pregiudizi residui così da malattie contagiose.

Intanto, a scopo preventivoqualche  comunità parrocchiale ha implorato il santo protettore durante il colera, nel 1837 e nel 1883; poi lo ha ringraziato, per lo scampato pericolo, con un medaglione d’argento la prima volta e istituendo una solenne processione annuale la seconda; (21)  perciò, non è improbabile che, anche in occasione della Spagnola, nel 1918-‘19, dell’Asiatica, nel 1957-‘58 e del colera, nel 1973, la comunità o il singolo fedele, dopo aver pregato il santo gli abbia espresso gratitudine, partecipando al detto corteo liturgico, tuttora valido.

E per concludere, sempre a proposito di Coronavirus, soltanto mi auguro che altri, al termine di questa triste vicenda ne scriva, obiettivamente, alla luce di fonti incontaminate, e la consegni alla Storia.

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1- Cfr. R. Di Lello, Epidemie: dagli dei al Coronavirus. (Nota preliminare); Id., Epidemie: cause, prevenzioni e cure nell’Evo Antico. (Nota preliminare); Epidemie: cause, prevenzioni e trattamenti  nel Medioevo. (Nota preliminare), in “Quattro passi nella storia”, Casertasera.it  (11- 03-2020; 20-03-2020; 04-4-2020).  2- J. Théodoridès, Dai miasmi ai virus, Paris, L. Pariente, 1992, pp. 22-27.  3- J. Manget, in K. Cattaneo, Le grandi epidemie nella storia, Milano, Bracco, s.d. e s.p., ma p. 10.  4- Cfr. Chronique […], in  S. De Renzi, Storia documentata della Scuola Medica Salernitana, Napoli, G Nobile, 1857 – Milano, Ferro, 1967, pp. XCIV-XCV, nota 1. 5- Cfr. Fonti in P. Verri, Osservazioni sulla tortura, Milano, De Stefanis, 1804 – Roma, Newton Compton, 1994, pp. 20-25 e pass. A. Manzoni, Storia della colonna infame, Roma, Newton Compton, 1993. 6- Documento, in F. Grassi, L. Ingaldi, I Pastori della Cattedra Beneventana, Benevento, Auxiliatrix, 1969, pp. 137-138. 7- Cfr. R. Di Lello, 04-4-2020, cit. 8- Cfr. S. De Renzi, Napoli nell’anno 1656, Napoli, De Pascale, 1867- Celi, 1968, pp. 18, 22, 25-27, 36, 82-83; doc., pp. 379-385. 9- Cfr. Prammatica CXXXVII, in S. De Renzi, 1857-1967, cit., pp. XCIV-XCV. 10- A. Di Costanzo, Historia del Regno di Napoli (…),Napoli, per Francesco Ricciardo, 1735, pp. I-XXX. 11- S. De Renzi, Storia della medicina in Italia, Napoli, Filiatre-Sebezio, 1845-1848., 5 voll.,  II, p. 308. Doc. in F. Grassi L, Ingaldi, cit., p. 138.  12- S. De Renzi, 1867-1968, cit., pp. 58-68, 82-83, 97-100.  13- Cfr. Pietraroia, Archivio della Parrocchia, Memorie, ms.  p. 127. 14- Là dove ha inizio il Fosso dell’Ospedale. 15- Cfr. S. De Renzi, 1867-1968, cit. p. 37. 16- Sui santi taumaturghi, cfr. A. Pazzini, Storia tradizioni e leggende nella medicina popolare, Milano, Recordati, 1980, p. 125. L. Sterpellone, I santi e la medicina, Alba, San Paolo, 1994, pp. 242 e 282-283.   17- P. Verri, cit. pp. 24-25. J. Théodoridès, cit., p. 110. R. Di Lello, (04- 4-2020) cit. 18- Cfr. J. Manget, in K. Cattaneo, cit., s.p., ma 2 e 12)  19- S. De Renzi, 1867-1968, cit. pp. 18-22.  20- Cfr. J. Théodoridès, cit., pass. E.H. Ackerknecht, A.H. Murken, Compendio di storia della medicina,  Torino, CSE, 2000, pass. 21- Cfr. E. Bove, Il lungo viaggio del beato Leucio, San Salvatore Telesino, l’Autore, 2000, pp.123-126.

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