COVID-19, AMBIENTE E DNA.LA GENETICA CHE AMMANSISCE IL VIRUS

*Patrizia Maiorano|Quello che giornalisticamente è stato definito “scudo genetico” è un lavoro scientifico che nasce dall’osservazione di un gruppo di ricercatori consolidato in collaborazione col Ministero della Salute, e col quale abbiamo cercato di fornire una spiegazione genetica alla variabilità di espressione dell’infezione da Sars-CoV-2.

E’ormai evidente che alla base dei danni da Covid-19 c’è una anomala risposta del sistema immunitario che, tramite una “cascata” di citochine pro-infiammatorie, innesca un danno polmonare infiammatorio, danni microvascolari e conseguente insufficienza multiorgano. Uno studio su pazienti cinesi covid-19 positivi ha evidenziato un’alta frequenza di specifici alleli HLA di classe I e II associati a scarsa clearence del virus e sviluppo di polmonite immuno-correlata e altre malattie infiammatorie autoimmuni. Quando si parla di sistema HLA, ci si riferisce alla “versione umana” del complesso maggiore di istocompatibilità (MHC): geni che determinano la sintesi di proteine che si localizzano sulla membrana di molte cellule dell’organismo e che permettono il riconoscimento delle cellule stesse come proprie dell’organismo, quindi da non attaccare o estranee all’organismo e quindi da attaccare ed eliminare. Nguyen e colleghi, in un articolo in prestampa, hanno analizzato il proteoma SARS-CoV-2 e identificato una gamma di alleli HLA potenzialmente in grado di presentare (o non) epitopi virali. Essi suggeriscono che gli individui che portano un HLA-B46 (che ha il minor numero di peptidi leganti previsti per SARS-CoV-2) possono essere particolarmente vulnerabili al COVID-19, mentre gli individui che portano HLA-B15 (che ha la più grande capacità prevista per presentare peptidi SARS-CoV-2) potrebbero esibire un’immunità cross-protective basata sulle cellule T.

Partendo da questi presupposti risulta evidente che una comprensione approfondita del modo in cui la variazione HLA sia correlata all’insorgenza e all’esito del COVID-19 potrebbe aiutare a identificare soggetti ad alto rischio. Infatti, abbiamo prove preliminari (il cui studio sarà pubblicato a breve) che la prevalenza di specifici alleli di classe HLA in tutte le regioni/province italiane è correlata all’aumento dell’incidenza di COVID-19. Se confermate in studi di controllo su una più ampia casistica, l’identificazione degli alleli HLA più permissivi all’infezione virale fornirebbe la prima spiegazione genetica per le ampie differenze nei tassi di incidenza di COVID-19 tra le regioni italiane e anche tra le province vicine con fattori ambientali simili.

Nel complesso, comprendere il ruolo delle citochine pro-infiammatorie svela certamente un nuovo campo di battaglia contro l’effetto clinico letale dell’infezione da CODIV-19; questo, insieme all’identificazione di un profilo autoimmune ad alto rischio, compresa la genotipizzazione dell’HLA di classe I e II, che hanno un ruolo chiave nel plasmare la risposta immunitaria anti-virale e la risposta del sottoinsieme di linfociti Th1/Th2, potrebbe anche aiutare a prevenire queste pericolose evoluzioni della malattia.

Il lavoro è frutto di una dettagliata analisi epidemiologica che analizza i dati interregionali provincia per provincia. La correlazione tra incidenza di Covid-19 e alcuni specifici alleli HLA di classe I (quindi a trasmissione genetica) è fondamentale. Le differenze di HLA tra popolazioni anche vicine e le implicazioni con suscettibilità a malattie virali, autoimmuni e oncologiche sono ben note a tutti coloro che si occupano di trapianti, immunologia e malattie infiammatorie. Si parla di scudo e non di immunità, quindi nessuno è autorizzato ad abbassare la guardia.

Grande importanza va data anche al fattore ambientale che, così come è responsabile dell’insorgenza e dell’aumento di tante patologie (tumorali in primis), risulterebbe essere fondamentale anche nella contagiosità del Sars-CoV-2. Infatti, si è scoperto che il virus si lega alle particelle di inquinamento (particolato atmosferico) e che questo legame sarebbe responsabile della persistenza del virus nell’aria. Ricordiamoci, poi, che l’inquinamento è responsabile di danni/mutazioni del DNA, per cui la ricerca scientifica dovrà continuare a lavorare per la comprensione dell’effetto ambientale sulle malattie e, nello specifico, sull’eventuale co-responsabilità del fattore ambiente nella diversa distribuzione e diversa aggressività del Covid-19. (Nella foto la dott.ssa Patrizia Maiorano). Sotto il link del lavoro.

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* Dott.ssa Patrizia Maiorano, Laureata in Medicina e Chirurgia alla Seconda università degli studi di Napoli, specializzata in Medicina Fisica e Riabilitativa presso l’Università degli studi “Federico II” di Napoli. Dottorato di ricerca in corso presso l’Università di Siena. Si occupa di riabilitazione neurologica, ortopedica e sportiva, di recupero e prevenzione degli infortuni, e di problematiche posturali. Si interessa di studi di epigenetica nell’ambito delle malattie oncologiche e delle prestazioni sportive.

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