PSICHIATRIA- COSA ACCADE DOPO LA MORTE…C’E’ VITA?

* Antonio Cantelmo| “ C’è la prova della vita dopo la morte” ;  “è confermato la vita va oltre la morte” ; “ I ricercatori affermano: “c’è vita dopo la morte” . Sono solo alcuni dei titoli, a dir poco roboanti, apparsi su diverse riviste e canali web negli ultimi anni. Di cosa si tratta ? Una ricerca inglese avrebbe dimostrato che molti pazienti in rianimazione mantengono per diversi minuti un qualche grado di coscienza (e quindi la vita) in seguito ad un arresto cardiaco.  Da qui i titoli (mutuati da un articolo del Telegraph): anche dopo la morte (l’arresto cardiaco) permarrebbe per alcuni minuti la vita (cioè la coscienza). Un’interpretazione veritiera dello studio? Cerchiamo di capire. La ricerca in questione è stata pubblicata ultimamente sulla rivista Resurrection e presenta i risultati di uno studio che va avanti da diversi anni, denominato Aware Study (Studio consapevole). Si tratta di un progetto anglo-americano che vuole valutare la possibilità che i pazienti in arresto cardiaco mantengano un certo grado di coscienza durante gli interventi di rianimazione, nonostante si ritenga di norma che l’attività del cervello (e quindi la coscienza) cessi entro 10 secondi circa dal blocco della circolazione cardiopolmonare. L’ipotesi indagata dai ricercatori infatti è che la permanenza di un livello anche se minimo di coscienza possa far vivere un qualche tipo di esperienza sensoriale (definita spesso esperienza di pre-morte – Near Death Experiences), e che questa contribuisca a far sorgere nei pazienti specifici deficit cognitivi, e in particolare disturbi da stress post traumatico, comuni tra chi si ristabilisce dopo un arresto cardiaco.  Il gruppo di ricerca, guidato da Sam Parmia, dello Stony Brook Medical Center, ha analizzato in quattro anni oltre 2000 pazienti colpiti da arresto cardiaco, scoprendo che il 46% dei sopravvissuti possedeva ricordi risalenti alla rianimazione, legate in particolare a sette temi ricorrenti: paura, animali, piante, una forte fonte luminosa, violenza, déja vu, famiglia, ed eventi successivi all’arresto cardiaco. Più interessante per noi, il 9% avrebbe avuto delle esperienze di pre-morte (ricordi dei minuti durante i quali il loro cuore aveva smesso di battere), e il 2% avrebbe mantenuto una vera e propria coscienza in quei momenti, con esperienze sensoriali come vedere o sentire eventi che avvenivano durante la rianimazione. Secondo i ricercatori, l’Awarness Study supporterebbe quello che negli ultimi anni sta emergendo da diversi studi, ovvero che “la coscienza può essere presente anche in assenza di segnali clinicamente rilevabili”. Questi dunque i risultati scientifici, che se da un lato risultano certamente importanti e vanno a inserirsi in un filone molto ricco di ricerche che stanno valutando la presenza di stati di coscienza in caso di attività cerebrale minima, dall’altro non rappresentano un’assoluta novità. E certamente, non dimostrano l’esistenza dopo la morte. “Non si può parlare certo di morte in questi casi”. Oggi si parla di morte nel caso della morte cerebrale, quando cessano cioè tutte le funzioni dell’encefalo in modo irreversibile. Esistono invece due condizioni in cui l’attività cerebrale è assente o minima, e in cui non si può parlare di morte: lo stato vegetativo permanente e lo stato di coscienza minima, e in particolare su questa seconda si stanno concentrando innumerevoli ricerche, perché quello che prima sembrava spesso uno stato irrecuperabile si sta scoprendo invece che ha ancora insperate possibilità di ripresa. In ogni caso, la scienza parla di morte esclusivamente di fronte a una situazione cerebrale severamente compromessa e irreversibile, mentre per la semplice assenza della coscienza e l’arresto della circolazione cardiopolmonare si parla piuttosto di morte clinica. A tutt’oggi non sappiamo se esiste una vita dopo la morte clinica, visto che i progressi medici dell’ultimo secolo ci consentono in molti casi di rianimare efficacemente i pazienti dopo un arresto cardiaco. Cosa succede al cervello durante un arresto cardiaco dipende molto da quali aree vengono compromesse. Se la pressione arteriosa inoltre non scompare del tutto, il cervello utilizza il residuo flusso che ha per mantenere attive alcune aree fondamentali del cervello, e non è impensabile quindi che rimanga presente un qualche livello minimo di coscienza che oggi non siamo ancora in grado di comprovare.

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Dott. Antonio Cantelmo: Medico-Chirurgo, Specialista in Psicologia Clinica e Psichiatria, Dirigente Medico UOC Medicina Generale e Pronto Soccorso ASL Caserta – Pratella (CE) -330/659140 – antonio.cantelmo@libero.it.

 

 

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