NASCE “MATESE IN MOVIMENTO” UN PATTO PER LO SVILUPPO DELLE AREE INTERNE. TUTTI I DETTAGLI

Piedimonte Matese. Nasce nel Matese  “Matese in Movimento”, presieduta da Angelo Milo (Nella foto) . Un’associazione che nasce con precisi obiettivi che saranno quelli di difendere e promuovere un territorio troppo spesso periferia dei grandi centri e dimenticato dalla politica. Una vera esigenza, in questo particolare momento storico,  per  questo meraviglioso lembo di terra. Come dire  bello e dannato. La crisi pandemica che stiamo attraversando, ci sta facendo vivere un momento delicatissimo, caratterizzato da emergenze in campo sanitario, economico e sociale, il tutto mentre nel contempo regna l’incertezza più totale da parte della politica, in un momento in cui la coesione e la stabilità dovrebbero essere i veri punti di forza, considerando le  ingenti risorse da impegnare provenienti dal Recovery Plan.Oggi più che mai, serve la responsabilità della “buona politica” che sia in grado di mettere in campo risposte adeguate e tempestive per superare questo momento così delicatomettendo al centro  progettualità concrete e condivise per il miglior utilizzo di tali risorse che dovranno essere indirizzate prioritariamente verso l’innovazione tecnologica, la digitalizzazione, la riqualificazione ambientale, la bioeconomia, lo sviluppo della logistica e la manutenzione delle reti di trasporto, l’emergenza idrogeologica, la crescita occupazionale, il potenziamento del sistema sanitario, della ricerca e della didattica.Una opportunità irripetibile, che potrebbe darci la possibilità di superare le tante criticità che ci trasciniamo da decenni e affrontare in modo più sereno il  futuro nostro e quello delle nuove generazioni.

ECCO IL DOCUMENTO DELL’ASSOCIAZIONE IN TUTTI I SUOI DETTAGLI

Da decenni non si fa che parlare del valore delle aree interne della nostra Provincia, della loro importanza strategica per il futuro in funzione dell’ineluttabile necessità di mantenere il presidio di questi territori da cui derivano gran parte delle risorse naturali di cui le zone urbane hanno un gran bisogno.
Si è sempre parlato anche del ruolo sociale di queste aree interne e in particolare dei suoi borghi che opportunamente ripensati e da un punto di vista delle infrastrutture, adeguatamente attrezzati, potrebbero divenire un importante serbatoio di nuove occasioni di vita e lavoro per chi ancora vi risiede e per coloro che li raggiungono, in cerca di una migliore qualità della vita, sgravando così il sovraffollamento e le relative problematiche delle zone altamente urbanizzate.
Questo discorso è divenuto un tema costante in questi ultimo anno, come ragionamento a seguito delle aspettative del dopo pandemia, dove ben sappiamo tutti che un forte cambiamento in tutti i settori, sarà non solo necessario ma inevitabile.
Proprio  alla luce di tale rafforzata attenzione alle aree interne e a quanto accaduto sinora in termini di specifiche politiche attuative, emerge la necessità di capire cosa è accaduto in questi ultimi anni e perché tutto quello che si poteva fare non è stato fatto, o meglio, perché sono accadute certe imparzialità e il legislatore di turno, sia nazionale sia regionale, non sia intervenuto per mettere veramente a sistema tutte le risorse disponibili per tutti gli aventi diritto (dove per tutti intendiamo tutte le aree che hanno le medesime condizioni e caratteristiche) evitando discriminazioni, dispersioni e disallineamenti delle risorse finanziarie disponibili.
Certo sappiamo da tempo che la politica, o meglio la “cattiva politica”, è maestra nel mettere le mani di volta in volta sui diversi programmi di finanziamento mantenendo accuratamente la loro separazione tra vari tavoli e attori così da moltiplicare occasioni di dipendenza e “ricatto”. L’antico motto romano “divide et impera”, è quanto mai applicato alla lettera man mano che i canali finanziari aumentano. E tutto un sofisticato sistema di “non informazione” viene messo in atto affinché si sappia il meno possibile o lo si venga a sapere in ritardo quando ormai non si può più correre ai ripari.
Ma, per fortuna  c’è anche la “buona politica” con buoni politici e legislatori che con coscienza per il loro ruolo si occupano veramente della “cosa pubblica” e delle modalità di come affrontare e quando possibile risolvere i problemi.
Dalla “buona politica” sono derivate tante iniziative e tanti strumenti importanti e utili che avrebbero potuto veramente portare ai territori delle aree interne  e alle loro comunità anche della nostra Provincia, vantaggi e condizioni favorevoli nel medio- lungo termine.
Da evidenziare che quanto stiamo dicendo, vede nella parte dei territorio più interni della Provincia di Caserta, una situazione limite e per alcuni versi paradossale che però è emblematica di una storia che si ripete praticamente uguale in tantissime altre zone interne della Penisola, con discrasie via via crescenti e più forti andando dal Nord alle regioni del Sud e delle isole.
Sulla carta, ogni qual volta c’è stato da pensare a cosa destinare ai territori delle aree interne della Provincia di Caserta, sono state sempre previste risorse  più o meno sostanziose, per le diverse esigenze come, infrastrutture (insediamenti produttivi, viabilità e trasporti, comunicazione digitale, etc.); servizi (sanitari, sociali, educativi, gestione ambientale, tutela delle risorse naturali, ecc. ecc.); ma poi, sempre per intromissione della “cattiva politica” a beneficiarne sono stati sempre in pochi e quasi sempre riconducibili a situazioni di “connection” partitica. La nostra Associazione “MATESE in MOVIMENTO”, ritiene che tale  situazione non possa e non debba più perdurare. Occorre urgentemente interrompere questo trend penalizzante e bisogna rompere gli schemi, uscendo fuori dall’isolamento e dalla passività decisionale in cui le nostre zone sono state relegate ormai da troppo tempo.
Soprattutto facendo tesoro di quello che sta accadendo con questa crisi pandemica, su quanto siano precarie le nostre condizioni di vita e quanto sia di conseguenza incerto il nostro destino, e sulla inderogabile necessità di essere uniti più che mai per affrontare le immani sfide che ci attendono in campo sanitario, sociale, economico e di sicurezza ambientale. La  compartecipazione di tutti alla gestione della cosa pubblica e dei beni comuni, se prima della pandemia era sommessamente proclamata e blandamente praticata, ora diviene un imperativo.
Ogni comunità locale deve essere protagonista principale e assoluto della gestione delle risorse che gli spettano e deve poter mettere in atto modelli di governance in grado di decidere in proprio quali siano i reali bisogni e cosa occorre fare per i propri territori.  Ne lo Stato ne il governo regionale, possono capire fine in fondo le necessità e i problemi di  realtà locali cosi complesse come quelle delle zone interne rurali o montane come sono quelle della Provincia di Caserta, come invece ben sanno coloro che vi abitano e ci vivono.
Le comunità locali delle aree interne devono essere parte attiva e propositiva degli strumenti di programmazione economica che li riguardano, tenuto conto di quanto dettato dall’Articolo 118 della Costituzione (sulla sussidiarietà orizzontale e verticale).
Dei molti strumenti normativi e finanziari a disposizione per le aree interne che vanno conosciuti e la cui utilizzabilità deve essere garantita a tutti, alcuni sono specifici, altri, per elevata coerenza, andrebbero messi a sistema in un contesto unico, al fine di ottimizzare l’uso integrato delle risorse evitando le tante vituperate dispersioni e frammentazioni di spesa.
Dal settembre 2012 è stata avviata, dall’allora Ministro per la Coesione Territoriale, la costruzione di una Strategia Nazionale per lo Sviluppo delle “Aree Interne”, con il supporto di un Comitato Tecnico Aree Interne (allo scopo specificamente) costituito e, dopo una fase di interlocuzione con i rappresentanti delle diverse Regioni è stato redatto il documento relativo alla Strategia Nazionale delle Aree interne, documento confluito nell’Accordo di Partenariato Nazionale. Le Aree Interne sono state infatti dichiarate “dimensioni territoriali chiave delle politiche regionali in seno ad una visione di sviluppo nazionale. Il dichiarato duplice obiettivo della Strategia, ha riguardato l’adeguamento in termini quantitativi e qualitativi dei servizi di istruzione, salute, mobilità (cittadinanza) e di promuovere progetti di sviluppo che valorizzino il patrimonio naturale e culturale di queste aree, puntando anche su filiere produttive locali (mercato).
Al primo obiettivo sono assegnate le risorse nazionali previste dalla apposita Legge 27 dicembre 2013, n. 147, articolo 1, comma 13 (legge di stabilità 2014) , successivamente integrate da altri dispositivi legislativi nazionali; al secondo obiettivo le Regioni hanno avuto la facoltà di destinare i fondi comunitari ad esse delegati per il coordinamento e la spesa diretta (FESR, FSE, FEASR, FEAMP). Un totale di risorse finanziarie messe a disposizione, ad oggi, di quasi 300 milioni di euro.
Strumento attuativo di cooperazione interistituzionale, è l’Accordo di Programma Quadro (APQ), uno specifico dispositivo normativo tecnico-finanziario, coordinato dal CIPE – Comitato Interministeriale per la Programmazione economica (da poco riformato e con nuova denominazione: CIPESS – Comitato per la Programmazione Economica e lo Sviluppo Sostenibile).
Il processo di selezione delle cosiddette “aree pilota”, è avvenuto attraverso una procedura di istruttoria pubblica, svolta congiuntamente da tutte le Amministrazioni centrali presenti all’interno del Comitato Tecnico Aree Interne e dalle Regioni  interessate. A dire il vero, detta istruttoria, dopo un’ampia e capillare operazione di divulgazione sui territori regionali, non sembra essersi conclusa con altrettanta trasparenza.
Alla fine del processo, dopo una fase non ben chiara di negoziazione con i vertici di ciascuna Regione, è apparso un elenco di aree pilota (mediamente quattro per Regione) con opinabili aggregati di comuni e tantissime, troppe esclusioni anche di quelle realtà che proprio in base ai parametri stabiliti dalla Strategia avrebbero dovuto ricevere la massima attenzione. Se si chiede al Dipartimento (ora Agenzia) della Coesione Territoriale, la risposta è “la scelta è arrivata dalle Regioni”. Se si chiede alle Regioni, la risposta è “la scelta l’ha fatta il Dipartimento”. E poi, perché nell’elenco ufficiale delle aree selezionate, il nome dei comuni è stato cancellato?, per capire quale fosse il nome dei comuni è stato necessario fare un lavoro a ritroso andando a incrociare i dati presenti di popolazione e superficie del territorio comunale. Si è voluto  per caso evitare possibilità di confronti e paragoni?! Perché alcune Regioni hanno candidato fino a 5 aree, quando l’accordo era per 4? e perché alcune Regioni, fittiziamente, per rimanere nei limiti delle quattro aree da proporre, hanno presentato aggregazioni di zone che geograficamente non erano identificabili come unità?
Insomma, qualcosa non torna. E in funzione dell’arrivo delle risorse del Recovery & Resilience Fund dall’Unione Europea e all’attivazione della recente Legge sui piccoli comuni (L. 158/2027), è il momento di ridiscutere detta selezione e includere tutte le aree con le medesime caratteristiche di quelle già selezionate e oggi escluse, al fine di garantire pari opportunità e pari trattamento a ogni comune con medesime caratteristiche.
Il momento è ottimale anche per mettere a sistema i cluster aree interne, con diversi altri strumenti di governance multi-comunale, come i distretti del cibo (con possibilità di accesso a fondi nazionali del Ministero dell’Agricoltura e Regionali connessi ai Piani di Sviluppo Rurale), i Contratti di Fiumi e i Parchi naturali (con fondi del Ministero dell’Ambiente per la prevenzione del dissesto idrogeologico e quelli per gli organismi di gestione delle aree protette), Unioni di Comuni per i diversi scopi (con fondi ottenibili dai Ministeri competenti per infrastrutture e insediamenti produttivi, competitività e internazionalizzazione, sanità, educazione e formazione professionale, ricerca, gestione dei rifiuti, vigilanza e sicurezza, ecc.).
Nel 2014, la Regione Campania, nell’elaborare l’atto di indirizzo nell’ambito del documento Strategia Nazionale per le Aree Interne, relativo alla programmazione 2014-2020 dei fondi strutturali e di investimento europei, non ha tenuto in alcuna considerazione i Comuni ricadenti nelle aree interne della Provincia di Caserta ricompresi nelle aree di riferimento delle tre aree montane del Matese, del Monte Maggiore e Monte Santa Croce.
In tale scenario, risulta eclatante quanto accaduto per la zona del Matese,  regione storica transregionale che si trova ad essere al contempo esempio di ingiustificata discriminazione e zona ad alto potenziale per un nuovo modello di sviluppo dotato di adeguate risorse, ottimizzazione della spesa, veloce ed efficace progettualità.
Il Matese infatti, rispetto alla Strategia Aree interne, si trova assurdamente diviso a metà, con il gruppo di comuni molisani, che sono stati scelti per l’area pilota del Molise e quelli campani dall’altra parte del confine regionale in Provincia di Caserta, con medesime caratteristiche e parametri richiesti dalla Strategia  non considerati e quindi esclusi dalla possibilità di ricevere gli specifici finanziamenti.
Al contempo sta per essere istituito il Parco Nazionale del Matese che invece vede aggregati i comuni di entrambi i versanti del Massiccio del Matese.
E in più, come accennato, in caso di scelta di ulteriori forme di aggregazione di territori e relativi enti ed imprese, in strumenti organizzativi collettivi, abbiamo a disposizione la formula del distretto del cibo (che tra le sue nuove declinazioni previste dalla riforma, prevede giustappunto la tipologia del distretto interregionale) coincidente con l’area del Parco Nazionale e il quale a sua volta sarebbe sovrapponibile a un Contratto di Fiume, nel suo possibile riadattamento in “Contratto di Montagna”, per lo sviluppo delle migliori sinergie e per la gestione ottimale dell’ambiente locale e delle sue risorse naturali.
Insomma, ci sono tutte le motivazioni e tutte le carte in regola per poter pretendere una specifica riconsiderazione del Matese, con una sua allocazione nella sua interezza, in un nuovo quadro di dispositivi di governance locale e relative risorse finanziarie con piena delega alle comunità locali.
Una istanza che non può rimanere inascoltata da parte delle istituzioni centrali e di quelle regionali. Ma il primo passo è il convincimento di tutti i Comuni del Matese e le rispettive comunità, che la battaglia si vince solo se uniti. Come ricorre in questi mesi, a seguito della presa di coscienza di cosa può essere un evento disastroso che colpisce tutti indistintamente e dal quale si può uscire solo  con un lavoro di squadra, “NESSUNO SI SALVA DA SOLO”.

 

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