SOCIOLOGIA- PANDEMIA: UOMINI E DONNE CHI I PIU’ DANNEGGIATI?

 Gentile Dottoressa, La crisi causata dalla pandemia ha danneggiato più gli uomini o le donne dal punto di vista lavorativo?

Giuliana

*Roberta Marra|Gentile lettrice, come accade per le fasi di crescita i settori non vengono mai interessati nella stessa misura, molto dipende dal carattere della crisi; questo è quanto previsto dalle teorie. E’ quasi retorica, ma stiamo combattendo una guerra invisibile che ha modificando ogni equilibrio, soprattutto in ambito sociale in cui la donna ne è il faro e i bambini il futuro; i più penalizzati perchè maggiormente esposti al contagio.

La crisi innescata dalla pandemia è misurata e quantificata con la parola Shecession, un inglesismo che sta ad indicare come siano state le donne ad averne subito con dure ripercussioni socio-economiche. In Italia, il fenomeno è stato maggiormente considerato a seguito della pubblicazione dei dati Istat che hanno notificato un netto allontanamento in molti casi dovuto a causa di un abbandono da parte delle istituzioni, in altri necessari.

Una metamorfosi retroattiva che ha modificato anche l’assetto socio-familiare; mi viene da pensare ad un sistema viziato e poco evoluto. Nel caso della pandemia da Covid-19  i dati di riferimento sono di dicembre 2020 i quali conferiscono una prospettiva agghiacciante. Su un campione di persone occupate, disoccupate e inattive, risultano 101mila occupate in meno rispetto a novembre 2020 e di queste, 99mila sono, purtroppo, donne. Per rendere più chiare le percentuali precedentemente indicate faccio riferimento ad un punto di vista autorevole, la Prof.ssa Bettio, docente di Politica economica all’università di Siena la quale spiega attraverso una analisi strutturale il perché sia la donna a subirne.  “In ordine di grandezza i settori in cui sono prevalentemente occupate le donne, sono il commercio, grossomodo a pari peso con sanità e servizi sociali (ciascun settore conta attorno al milione e 3 mila occupate); seguono manifattura e istruzione, con 1 milione circa di occupate ciascuna, poi troviamo hotel e ristoranti e il settore degli studi professionali, con 600-700 mila unità l’uno. E infine c’è il settore domestico, quello delle collaboratrici domestiche, delle baby sitter e delle badanti, con circa 600 mila occupate (regolari). Sono dunque questi i settori a cui guardare per capire se ci sono state perdite o guadagni di occupazione per le donne.”  Si evince pertanto che il fenomeno non è casuale. L’OCSE ha parlato, per questo, anche di “crisi di genere” che introduce un argomento delicato come la “segregazione occupazionale”. Sarebbe interessante approfondire e chiarirebbe non pochi dubbi, ma per una questione di corrispondenza alla domanda, mi limito ad un breve cenno facendovi notare i soli 7 settori in cui la donna può trovare occupazione. E’ un fenomeno che si protrae nel tempo con la storia del lavoro pagato e del capitalismo. Da una parte l’aspetto culturale, il quale decide cosa ritenere più appropriato per un uomo o per una donna, e poi dall’altra invece la convenienza economica. La pandemia ha evidenziato limiti del sistema che la consuetudine nel tempo ha reso “ normalità” ma, deve essere impedito anzi impensabile uno status quo che vede ancora le donne in posizioni subalterne. Ciò significherebbe non aver imparato niente; molto è stato fatto ancor di più c’è da fare.

  *Dott.ssa Roberta Marra, laureata in Sociologia presso l’Università degli studi “G. D’Annunzio” Chieti-Pescara, con tesi di laurea in “ Diritto alla riservatezza e d’informazione: vizi e virtu’ della comunicazione giornalistica. Master di specializzazione in psicologia giuridica pedagogia con tesi dal titolo: “Lo stalking tra reato e patologia, ossessione e sentimento personalità e dinamiche socio relazionali”.

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