ABUSI SESSUALI IN BRANCO SEMPRE PIU’ FREQUENTI, PERCHE’? PARLA LA PSICOLOGA

Lorenzo Applauso| Non siamo qui per fare facile moralismo né siamo sconvolti che certe cose avvengano ma sconvolti perché continuano ad avvenire questo si. Parliamo della presunta  violenza sessuale ai danni della 18enne  che vive a Baia e Latina e per la quale sono ancora in corso le indagini dei carabinieri. Non bastano le notizie riportate da social e giornali e le tante campagne degli organi di stampa a tutti i livelli  per far riflettere e capire quanto siano davvero gravi reati come questi e poi addirittura in branco. Ma chiaramente, anche se una sola persona nulla cambierebbe nella gravità del fatto. Ma cosa scatta nella mente del branco in questi casi. C’è un motivo e  perché? Lo abbiamo chiesto alla psicologa Nicole Cusano (NELLA FOTO SOTTO) .

 “ Il branco dice  la psicologa – aiuta sicuramente a sentirsi più potenti, più forti, si abbattono i limiti e la paura si trasforma in adrenalina, ci si sente invincibili e ci si spinge con più facilità oltre perché si innescano tutta una serie di meccanismi che portano a commettere atti anche brutali. Nel momento in cui un branco attacca, non si rende conto subito di dove può arrivare, proprio perché è l’essere branco che rinforza questo tipo di condotte violente. Il pensiero “lo fanno gli altri, sono i miei amici, lo faccio anche io, non posso tirarmi indietro” crea una sorta di “effetto contagio”. Le caratteristiche di una violenza in branco passano per il senso di responsabilità delle azioni che viene divisa tra i vari membri attraverso l’effetto deresponsabilizzazione: il gruppo, infatti, funge da scudo dietro cui agire attraverso una sorta di “giustificazione morale” ovvero un tentativo di assolvere il comportamento che si sta mettendo in atto.

L’“attribuzione della colpa” verso l’esterno o a qualcun altro che ha scatenato la loro ira e la “deumanizzazione della vittima”, la quale viene “spogliata” dei suoi aspetti più umani e considerata semplicemente come un oggetto di cui si può abusare, si annientano le componenti emotive proprie e dell’altro che non esiste se non per il soddisfacimento dei propri scopi.

Una vittima di stupro o di violenza di gruppo, vive un senso di pericolo per la propria vita ed il senso di impotenza in maniera ancora più estrema. Le reazioni di difesa non sono il frutto di una decisione volontaria e razionale, ma sono automatiche, non controllabili e producono il comportamento che il cervello in quel momento ritiene più utile alla sopravvivenza. Tre sono le possibili risposte del sistema di difesa: freezing, fight, flight (congelamento, lotta o fuga).

Molte vittime di stupro raccontano che mentre si subisce l’aggressione non si ha più il controllo del proprio corpo, non si riesce nemmeno a muovere un muscolo, né a parlare o gridare. In alcuni casi l’esperienza dissociativa è talmente forte che ci si vede da fuori nella scena, come se stesse capitando a qualcun altro.

Una paralisi, questa, che negli stupri di gruppo soprattutto, può portare a non ribellarsi agli aggressori, non perché si fosse consenzienti, ma perché il proprio sistema di difesa ha stabilito che restare immobile e non reagire possa essere il modo migliore per sopravvivere in quella situazione.

E’ necessario riflettere e lavorare alla costruzione e diffusione di una cultura del trauma che tuteli le vittime e, riconoscendone il danno, le aiuti ad affrontare il difficile cammino di superamento ed elaborazione del trauma stesso. Una eventuale sentenza assolutoria – conclude la psicologa- verso gli abusanti, infatti, non solo non rende giustizia alle vittime, ma peggiora l’impatto dell’episodio traumatico, amplificando emozioni di colpa e vergogna intrinsecamente connesse all’aggressione subita”.

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