ECCO PERCHE’ IL SITO IN ZONA PONTESELICE DI CASERTA E’ INADATTO A OSPITARE IL DIGESTORE ANAEROBICO

Pasquale Catone|CASERTA. In seguito alla pubblicazione in data 26/10/2021 della comunicazione della Regione Campania, che avvia il procedimento per la verifica di assoggettabilità dell’impianto di digestione anaerobica, progettato per la località Ponteselice di Caserta, alla valutazione di impatto ambientale e in occasione dell’imminente consiglio comunale di Caserta, aperto al pubblico, che dovrebbe avere all’ordine del giorno anche questi argomenti, avendo analizzato lo studio di fattibilità e il progetto definitivo dell’opera esprimo, come residente nel comune di Caserta, il pieno disaccordo, che in parte avevo già manifestato nel 2018 sulle pagine del settimanale “il Caffè”, alla realizzazione  del suddetto opificio per i seguenti motivi:

  • Viale Carlo III di Caserta è una strada di interesse pubblico con notevole pregio, che ha una simmetria assiale rispetto a piazza Carlo III e alla Reggia, da cui si può ammirare a distanza lo splendore del complesso vanvitelliano. Non a caso in ciascuno dei suoi lati e per una profondità di 500 m sussistono vincoli monumentali e ambientali, operanti anche sull’area d’intervento, ubicata a una distanza minima di 280 m dal vialone. Pertanto, i turisti e i viaggiatori, transitando per questa zona, non soltanto vedranno l’impianto, ma loro malgrado saranno costretti a subire le molestie olfattive e acustiche che esso produce, ricevendo un elegante biglietto da visita per la città. Ma per realizzare l’impianto è necessario il consenso della Soprintendenza (archeologia, belle arti e paesaggio) di Caserta e Benevento.
  • Secondo il Piano Regolatore Generale di Caserta, l’area d’intervento è inedificabile perché è inquadrata come verde di rispetto monumentale, stradale, ferroviario, industriale e cimiteriale; l’unica attività consentita è la coltivazione dei fondi e l’ordinaria manutenzione dei fabbricati esistenti. Per costruire l’impianto, il comune di Caserta deve ricorrere a un cambio di destinazione d’uso dei lotti di interesse, adducendo la motivazione che il luogo d’intervento è in linea con l’area circostante, classificata come industriale, artigianale e commerciale e si configura come “polo del Biometano” e delle “fonti rinnovabili”. A tal uopo si rileva che l’impianto non determina una bassa incidenza ambientale come una centrale elettrica fotovoltaica, un’industria leggera, un’attività commerciale o artigianale, un parco verde, ma è uno stabilimento a grande impatto ambientale inserito in un crogiolo di vincoli in una vasta conurbazione. Ci si chiede perché realizzare un’opera siffatta su quel terreno adibito a polmone verde dalla saggezza degli Amministratori precedenti nella striscia d’ingresso alla Reggia. Tuttavia, nell’ottica previsionale del PUC preliminare del 14/03/2017, l’impianto ricadrebbe in zona già destinata all’insediamento di complessi industriali.
  • Il sito per questo impianto dista circa 600-1000 m da piazza Carlo III, Università di viale Ellittico, rione S. Agostino, via Acquaviva, clinica del Sole, scuola specialistica dell’aeronautica, Reggia, parco Carolina, centro storico, stazione ferroviaria, via Vivaldi con polo universitario, via Roma, via Napoli, via Ferrarecce, viale Lincoln, corso Trieste, via Mazzini. E’ a distanza ravvicinata da S. Nicola, Casagiove, Recale, Capodrise. Dalla mappa satellitare si intravedono anche fabbricati non industriali vicini all’area d’intervento. Le linee guida della Regione Campania forniscono una forte limitazione all’ubicazione degli impianti di digestione anaerobica, indicando che la presenza di insediamenti abitativi anche singoli nel raggio di 1000 metri costituisce un vincolo da considerare con particolare attenzione, l’esistenza di insediamenti singoli entro i 200 metri può rappresentare specifico motivo di esclusione dalle possibilità di autorizzazione, le distanze vanno considerate dal limite dell’area connessa al ciclo di lavorazione dei rifiuti. Scaturisce che l’area di Ponteselice è inadeguata ad accogliere l’impianto perché è circondata da una densa conurbazione entro le suddette distanze. Si sono ascoltate delle critiche secondo cui le persone ravvisano la necessità del digestore, ma non sotto casa propria. Qui si ribadisce che un impianto simile non deve essere costruito vicino ai luoghi abitati.
  • Secondo lo studio di fattibilità, il sistema di abbattimento degli odori, formato da apparati al plasma, scrubber e biofiltri, produce in uscita ancora 371 ou/m3 di molestie olfattive. Già questo valore supera il limite di 300 ou/m3 stabilito in Lombardia e Abruzzo per le emissioni odorigene all’origine dell’impianto. Ma se gli elementi di attenuazione non funzioneranno alla perfezione, facilmente potranno lievitare le fuoruscite. Poiché i guasti sono sempre in agguato, le preoccupazioni della popolazione sono oltremodo lecite e doverose. L’altra fonte d’inquietudine è generata dalla concreta probabilità di essere investiti frequentemente da correnti nauseabonde, per strada e nelle proprie abitazioni soprattutto quelle vicine all’impianto, che si accentuano in particolari condizioni atmosferiche e per malfunzionamento dei macchinari. Si può intuire che, in presenza di venti forti, le raffiche trascinano gli odori stucchevoli verso i malcapitati,  non importa se siano nella parte della città prospiciente o lontana dallo stabilimento. Non ci si può più affacciare dalle finestre per una boccata d’aria, sì inquinata ma almeno inodore. Navigando su internet, si leggono numerose testimonianze dei miasmi emanati dai digestori oppure transitando nei pressi di questi poli si avvertono i loro tanfi caratteristici, anche a distanza di vari chilometri. Occorre rilevare che le zone limitrofe all’impianto sono state investite spesso da fenomeni atmosferici estremi, come la tromba d’aria che nel 2018 si abbatté nel casertano provocando feriti e danni. Peraltro, in assenza di vento, gli odori sgradevoli tendono ad accumularsi nello spazio, aumentando le sensazioni irritanti delle persone che lavorano, abitano, si muovono nel circondario del digestore.  Anche quando le concentrazioni sono esigue, si determina sempre un’alterazione dell’atmosfera locale, che finirà per provocare fastidi, allergie e disagi nelle persone sensibili.
  • L’area d’intervento ricade nella 2° zona di sismicità, dove si possono verificare forti scosse di terremoti con accelerazione fino a 2,45 m/s2, è potenzialmente contaminata tale da esigere indagini ambientali da parte dell’ARPAC, è sovrastata da inquinamento atmosferico soprattutto cagionato dal traffico, è quindi soggiogata da ulteriori criticità.
  • L’impianto produrrà inquinamento acustico; per esempio, allontanandosi di 50 m dal locale tecnico multifunzione insonorizzato, che a 7 m emette 70 dB di rumori, per giungere alla via pubblica Mattei, il livello pressorio diventa 53 dB. Questo valore supera il limite notturno di 45 dB previsto per la zona acustica di classe 3,  cui appartiene la striscia di suolo che va dalla suddetta via a viale Carlo III e qui con 38 dB viene oltrepassata su alcune linee la soglia notturna per la classe 1. Severe conseguenze si possono avere in numerosi altri punti della città, soprattutto nelle zone prossime alle possenti sorgenti di rumore,  dislocate lungo il perimetro dell’area dedicata all’impianto. Non ci si sofferma sulle intense molestie sonore che bisogna sopportare durante la lunga fase di realizzazione dell’impianto.
  • Dove confluisce l’abbondante massa di anidride carbonica separata dal metano? Se viene riversata nell’atmosfera, finisce per aggravare l’effetto serra locale che incrementa il riscaldamento globale, proprio quando i paesi del mondo tendono a organizzarsi per ridurre tale fenomeno viste le conseguenze devastanti.
  • Il distillato di acqua derivato dal digestato liquido, opportunamente trattato, può essere incanalato nelle fognature. Le acque meteoriche provenienti da coperture, piazzali e viabilità dell’impianto, dopo depurazione, vengono scaricate nel sottosuolo mediante infiltrazione in pozzi drenanti. Però tale liquido, anche se conforme ai requisiti richiesti, conterrà sempre dei residui tollerabili che col tempo si accumuleranno e finiranno per inquinare il sottosuolo.
  • Dal documento di fattibilità emerge che una frazione del 15-20% dell’umido conferito viene scartata perché inadatta alla biodigestione e deve essere smaltita. Ciò significa che da 40000 tonnellate annue di rifiuti, che arrivano all’impianto, occorre sbarazzarsi di 7000 tonnellate/a di indifferenziato. Si perviene al paradosso che a fronte di 8000 t/a di umido netto, che giungono da Caserta all’impianto, bisogna liberarsi di una massa quasi uguale di indifferenziato. Ciò avviene perché tale residuo va calcolato sul totale di 40000 t/a e non su 8000 t/a di Caserta. Lo smaltimento dell’indifferenziato ha un costo rilevante che si aggiunge alle spese di gestione, manutenzione e alimentazione dell’impianto e trasporto dell’umido presso il digestore. Col tempo può migliorare la raccolta differenziata, ma la suddetta spesa rimane ragguardevole. E’ allora vana la pretesa di contrastare il cartello delle imprese, teso ad alzare il costo di smaltimento dell’umido, perché se questo rifiuto proveniente da Caserta scompare tramite il digestore, nel contempo appare una  quantità quasi uguale di indifferenziato da portare in discarica.
  • L’impianto comporta un impatto sostanziale sul traffico in prossimità della Reggia perché bisogna considerare non soltanto il trasporto per la consegna dell’umido, ma anche quello relativo al materiale di uscita come indifferenziato, digestato,  concentrato di rifiuti  speciali,  metano, nonché  mezzi meccanici per riparazione e manutenzione.
  • E’ difficile avere il digestato di qualità da utilizzare in agricoltura.
  • Vi è il rischio dell’insorgenza di sostanze patogene intorno all’impianto.

 

 

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