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DONNE, CALCIO E TABU’, “DISAGI CHE VANNO RIMOSSI”: PARLA LA DOTTORESSA MAIORANO ALLO STADIO MARADONA DI NAPOLI COME MEDICO SPORTIVO PER LA PARITA DEL CUORE

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Lorenzo Applauso. Un medicosportivo  casertano, anzi una dottoressa, alla partita del cuore allo stadio Maradona di Napoli che si è giocata qualche giorno fa. Si tratta della dottoressa Patrizia Maiorano, con alle spalle già un grossa esperienza in questa branca della medicina, benchè ancora giovanissima,  alla quale diverse società di calcio strizzano l’occhio, ancor piu’ dopo la sua partecipazione volontaria  allo stadio di Napoli, dove ancora una volta ha voluto esserci per dare il suo contributo per una causa nobile. Noi abbiamo voluta sentirla non tanto per sapere come è andata la partita, dove hanno partecipato molti artisti ma per sapere come un medico donna viene accolto in un contesto tutto al maschile e quali sono stati i disagi da entrambe le parti se ci sono stati. Un tema che è ancora oggi fa notizia e da spunto a riflessioni sul ruolo della donna.

  • Dottoressa Maiorano che esperienza è stata la sua, come medico sportivo della “Partita del cuore”, diciamo una bella soddisfazione?

“Per anni ho visto sportivi in ambulatorio e mi è capitato di seguire la riabilitazione dei traumi maggiori (come la rottura del Legamento crociato anteriore) di alcuni calciatori di serie A, ma da dietro le quinte, senza mai espormi o entrare in un campo. Poter calpestare il campo dello stadio Maradona- ha detto –  è stato un sogno finalmente realizzato e, a dire il vero, mi sono sentita a mio agio da subito, sin da quando sono entrata negli spogliatoi”.

  • Come è stata accolta?

La nostra società (ancora molto maschilista se si parla di calcio) non vede di buon occhio che una donna abbia a che fare con una squadra maschile, nonostante le squadre femminili siano piene di uomini (tra allenatori, preparatori e staff sanitario), e la mia preoccupazione era che gli altri fossero a disagio (partecipanti in primis). Infatti ho cercato di capire dai loro sguardi se per loro fosse un problema, invece ho trovato tutte persone che mi hanno accolto con grande rispetto per il mio ruolo”.

  • Lei ha avuto già esperienze ma una donna non prova disagio ad entrare nello spogliatoio degli uomini, ovviamente come medico sportivo?

“Sono abituata a visitare i pazienti valutandone sempre la situazione globale, quindi nella maggior parte dei casi li faccio spogliare, uomini e donne, giovani o anziani. Crede che mi abbia fatto qualche differenza vederli in pantaloncini, in mutande o senza maglietta durante la preparazione pre-partita?  Se si è medico in un ambulatorio, lo si è anche in uno spogliatoio, e questa visione del mio lavoro non mi crea alcun disagio, neanche nell’essere l’unica donna in mezzo a tanti maschi”.

  • Ci sono ancora tabu in tal senso, anche se, in questo caso, non si è trattato di veri calciatori?

“I tabù che ancora esistono sono supportati da una mentalità maschilista che credo fermamente appartenga ai dirigenti delle società e ai colleghi degli staff sanitari, che nascondono i loro pregiudizi dietro la motivazione “forse è meglio di no, potrebbe essere una condizione scomoda per te, i calciatori sono “animali””. Questa è la frase che qualche volta mi sono sentita dire, mentre credo fermamente che gli atleti hanno la capacità di rispettare un medico donna forse ancor di più di un medico uomo”.

  • Come si possono superare tabu’ come questi. Solo mettendo piu’ medici donne?

“Come in tutti i campi, queste regole “non regole” che si sono strutturate nel tempo possono essere superate solo con un’apertura mentale di chi dirige le società calcistiche, dando opportunità ai medici a prescindere dal genere. E non parlo di quote rosa, questo è un concetto che non mi piace e che non accetto. La nostra società non deve introdurre le donne nei ruoli che sono stati sempre prettamente maschili per una sorta di obbligo, ma solo perché le donne sono davvero brave in tutto quello che fanno (parlo da ammiratrice del genere femminile e non perché sono donna) e va data loro l’opportunità di provarlo”.

 

 

 

 

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