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CINEMA – IL VANGELO SECONDO MATTEO DI PIER PAOLO PASOLINI COMMENTATO DA MELA BOEV

Mela Bonev*|Si dice che è Natale tutti i giorni, no? Con buona pace di chi porta Natale nel nome. Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini non e’ un film cosi’ natalizio: non e’ rassicurante, non conferma i valori della famiglia tradizionale, non ci illude sulla possibilità di essere “buoni” una volta per tutte. Come il film dell’ultimo Intervallo (12 Dicembre –Il Mestiere delle Armi)  anche questo si basa sui documenti. Nulla e’ aggiunto (fatta eccezione per la parentesi di Salomè). La sua e’ una suspense che conosciamo bene, il finale infatti è uno dei più noti.  Il tema principale è la contemplazione del volto umano e del suo paesaggio. Infatti, in questo film, volti e paesaggio sono un tutt’uno, ed il regista si sofferma a lungo su ognuno di essi come se fosse l’ultimo, fin dall’inizio. Questa lentezza è profetica di quanto sarà difficile allontanarci da essi quando arriverà il momento di rinunciarci, al prossimo movimento di camera. Così, grazie alla tecnica, Pasolini trasforma ogni immagine in una metafora, e l’attaccamento all’immagine riproduce l sentimento dell’ “attaccamento alle cose”. Questa immagine-metafora e’ esattamente l’opposto dell’intrattenimento, in cui tutto fluisce per far passare il tempo, e ci  costringe invece all’attenzione. Perché di quella nostra attenzione il regista ha bisogno, per far risuonare meglio gli altri elementi del film: ll suono e la parola (o il Verbo, per rimanere in tema). La colonna sonora e’ tra le più’ famose: La Passione secondo Matteo di Bach. Ma anche il blues di Blind Willie Johnson ed il Gospel. Se la scelta della sublime mistica di Bach ci sembra ovvia, quella del nero blues e dei gospel forse meno, sopratutto se associate alle montagne della Basilicata. Ma non è la parola Vangeli tradotta in inglese come Gospels? Forse allora questa scelta non sembra più così capricciosa; e oggi, come allora, i diseredati di cui si circonda il Nazareno sono proprio quelli che, secoli dopo, il blues e il Gospel li hanno inventati. Schiavi. Schiavi senza nome che si liberano dalla gogna (dall’ebraico Geenon / inferno), innalzando un canto alla libertà.

Abbiamo detto, tutto in questo film e’ funzionale all’attenzione verso la parola del protagonista, che e’ solo, tutt’uno con il deserto. Solo come forse si sentiva Pasolini, che qualche persona piccina oggi  chiamerebbe “peccatore”. Pasolini era omosessuale. Gay. Ha fatto “l’unico film degno di Dio” per citare uno spettatore. Un inchino ad un uomo che ha sempre usato parole dure, non parole “buone”, e che con questo film  lancia un’invettiva contro farisei e ipocriti.

Eppure, mai per un momento, egli crea una differenza estetica (fatta eccezione per la parentesi di Salomè) tra i peccatori e gli eletti. Hanno tutti le stesse facce consunte e pietrose. Essi parlano solo con gli sguardi ed ad ogni parola precede e segue una lunga pausa in ascolto. Gli sguardi sono testimoni quanto le parole, ma non superano la prova del tempo, come  invece farà la piccola città’ polverosa di Matera, in cui il film fu girato, anticipando di decenni il genere Docu-film. In questo senso Pasolini opera per rendere il suo film una “testimonianza” ma in un assoluto intento poetico, in cui ogni corpo e’ un segno, un significato, in precisa corrispondenza con il documento da lui scelto: una testimonianza imprecisa, incerta, misteriosa e umana, tranne che nelle parole della super star Jesus, attraverso un climax visto da più’ lontano. Pulitevi lo sguardo, dopo Il Vangelo secondo Matteo tutto vi sembrerà pubblicità.

Ps: uno degli apostoli e’ interpretato dal poeta salernitano Alfonso Gatto, anche lui fortunatamente non professionista, come gli altri.

*Mela Boev e’ attrice e autrice. www.melaboev.com

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